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11/01/2026 12:27:00

Mazara, Cassazione annulla il no ai colloqui in carcere per Vito Ingrassetto

Un diniego che incide sui diritti fondamentali di una persona detenuta non può essere fondato su un automatismo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha annullato con rinvio l’ordinanza del Gip del Tribunale di Marsala relativa a Vito Ingrassetto, 51 anni, di Mazara del Vallo,  imponendo al giudice di riesaminare l’istanza difensiva e di motivare in modo puntuale un eventuale nuovo diniego.

 

Il caso

 

Ingrassetto è detenuto nel carcere di Trapani per un’accusa di traffico di stupefacenti. Il Gip di Marsala aveva negato la possibilità di effettuare colloqui ordinari e telefonici, basandosi esclusivamente sul parere negativo del pubblico ministero.

Una scelta che la Suprema Corte ha giudicato illegittima.

 

“Difetto assoluto di motivazione”

 

Secondo la Prima sezione penale della Cassazione, il provvedimento adottato l’11 giugno scorso è affetto da un “difetto assoluto di motivazione”: il giudice si sarebbe limitato a recepire il parere dell’accusa, senza svolgere alcuna valutazione autonoma.

Una prassi ritenuta incompatibile con il codice di procedura penale, che impone decisioni motivate, soprattutto quando sono in gioco diritti essenziali della persona detenuta, come quelli relativi ai contatti con l’esterno.

 

Il rinvio al Tribunale di Marsala

 

La decisione della Cassazione obbliga ora il Tribunale di Marsala a riesaminare l’istanza difensiva, valutando nel merito la richiesta e fornendo una motivazione concreta e individualizzata in caso di diniego.

Un passaggio che ribadisce un principio chiave: la pericolosità presunta non può sostituire l’analisi concreta del singolo caso.

 

Il profilo giudiziario

 

Secondo gli inquirenti, Ingrassetto sarebbe un soggetto di elevata pericolosità sociale e una figura di primo piano del narcotraffico nel Trapanese. Nell’agosto scorso è stato colpito da una confisca patrimoniale di circa 300 mila euro, disposta su proposta del Questore di Trapani, dopo accertamenti che avrebbero evidenziato una marcata sproporzione tra redditi dichiarati e tenore di vita.

Per gli investigatori, i beni sarebbero stati occultati tramite intestazioni fittizie e prestanome. Alla misura patrimoniale si era aggiunto anche l’obbligo di soggiorno per cinque anni nel comune di residenza, una volta scontata la pena.

 

Il nodo dei diritti

 

La pronuncia della Cassazione non entra nel merito delle accuse, ma riafferma un punto fermo: anche nei confronti di soggetti ritenuti pericolosi, le limitazioni ai diritti devono essere motivate, individuali e non automatiche.