L’auto elettrica tra ideologia e realtà: il difficile...
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Dopo la prova surreale esibita in Bulgaria, non ce l’ho proprio fatta a ripetere un déjà vu che appariva scontato. Così, mentre si perpetrava l’ennesimo obbrobrio cestistico, con Trapani - Trento, ho cercato di distrarmi con qualcosa che avesse attinenza con fatti ed avvenimenti recenti che, magari, non avessero nulla di riconducibile allo sport, ma rispecchiassero un vissuto attinente alla realtà o ad una rappresentazione basata sul mondo reale, con le sue riconosciute dinamiche.
Volevo, in tal modo, uscire da elementi puramente fantastici, ipotetici, astratti e ritrovare quella razionalità che nulla ha ormai a che vedere con i percorsi zigzaganti imposti da Antonini in quello che sembra il suo canto del cigno, almeno in campo sportivo. Così, leggendo un editoriale di Ezio Mauro sulle recenti imprese di Trump e sulle sue dichiarazioni d’intenti, si legge, come giudizio: «Configura una forzatura delle regole che il mondo si era dato per garantire la convivenza e la prevenzione dei conflitti».
Se sostituiamo “Mondo” con “FIP e LBA”, l’identikit tracciato dall’ex direttore de La Repubblica del tycoon americano può tranquillamente essere traslato ad un Antonini che, a più riprese, ha indicato in Trump un modello da imitare non solo in campo politico, ma anche nella conduzione di imprese sportive. E l’estensore dell’editoriale pone a sé stesso una domanda: «Che cosa governa questo insieme di principi, norme e misure?».
Ezio Mauro riesce a darsi anche una risposta, come se fosse intervistato, in piena notte ed avvinto dal sonno, dall’inarrivabile Gigi Marzullo. L’ottimo giornalista risponde senza mezzi termini al quesito: «Il rifiuto del limite».
In genere, a questo tipo di interrogativi che invitano alla riflessione personale e a una autoanalisi, si cerca di trovare da soli le soluzioni, magari ricorrendo a quel tipo di ovvietà che consentono, come nel calcio, di salvarsi in calcio d’angolo. Nell’occasione non ho trovato una soluzione che non coincidesse con il fatto che il Governatore romano, nella sua smania di comando, avesse prevaricato ogni limite e si fosse cacciato in una sorta di cul-de-sac, dal quale non è più riuscito a divincolarsi.
Da qualche tempo la misura, tra inibizioni e punti di penalizzazione alla squadra, era ormai colma e continuare a sfidare il Moloch istituzionale del basket appariva non quell’esercizio dialettico che ha sempre affascinato il tycoon, ma un suicidio per tutti. Ad un certo punto, con 10 vittorie su 11, la prudenza invitava a togliere il piede dall’acceleratore, trovare delle soluzioni diplomatiche con il coach Repesa e quel giocatore, Amar Alibegović, elevato a capitano dallo stesso Antonini, ma, strada facendo, ritenuto il più “riottoso” nell’avanzare richieste di vario genere, per lo più finanziarie, a nome dell’intera squadra.
A furia di compromessi, con colpi cerchiobottisti, si poteva tranquillamente veleggiare in mare aperto, nonostante la zavorra dei quattro punti iniziali che avevano appesantito il veliero granata. In considerazione del fatto, elemento non trascurabile, che si erano anche centrate le Final Eight di Coppa Italia, si concretizzava la possibilità di fare ulteriore cassa con i diritti televisivi. Vieppiù, andava messo in conto che, con un girone di ritorno tutto da disputare e una giornata granata con Milano (in cui venivano aboliti gli abbonamenti), si consentiva bottino pieno in termini di liquidità.
Ed aggiungiamo che, con gli ormai acquisiti playoff per lo scudetto, appariva la più sensata delle soluzioni tentare a tutti i costi di concludere il campionato. E “poi tirare le somme”, sul futuro, come dichiarato nei social dallo stesso Antonini. Il tutto a sancire una cavalcata vittoriosa come quella dello scorso torneo.
Invece qualcosa si è inceppato nel delicato meccanismo dei rapporti all’interno del compound cestistico. Se i rapporti con sindaco, istituzioni sportive, tifoseria organizzata e giornalisti (ritenuti scomodi e troppo curiosi) si erano irrimediabilmente incrinati, quantomeno quelli interni andavano salvaguardati, non solo per una mera questione di sopravvivenza, ma per consolidare un progetto che, sul piano sportivo, si mostrava vincente.
Ma partire da un assioma – «Io metto i soldi e decido per tutti» – può risultare funzionale in un’azienda che risente solo dei colpi di mercato. Trasportare, però, questo tipo di filosofia operativa, sic et simpliciter, in un mondo vario e variegato come quello sportivo, che risente molto di fattori esogeni ed endogeni non controllabili dalle pure dinamiche aziendali, risulta non solo deleterio, ma esiziale.
E così è stato. Da una commedia brillante di Tutti insieme appassionatamente si è passati, in rapida successione, a una romanzata da Il grande Gatsby, di Scott Fitzgerald, in cui un misterioso milionario organizzava feste sfarzose per conquistare business, sponsor e consensi, culminando prima in farsa – e quella cui abbiamo assistito sabato scorso come etichettarla? – per poi trasformarsi in tragedia.
E, con una radiazione alle porte, mi sa proprio che non siamo troppo lontani da questo tragico epilogo.
Sorcio Verde
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