Non c’è nessuna soddisfazione particolare nel poter dire “lo avevamo scritto”.
Non c’è nemmeno l’amarezza di chi aspetta una rivincita. C’è solo un dato di realtà, che oggi emerge con chiarezza: quello che sta accadendo intorno a Valerio Antonini non è una sorpresa. È un epilogo.
Per oltre due anni, su Tp24 e La Repubblica, con Giacomo Di Girolamo abbiamo pubblicato decine di articoli. Non opinioni, non suggestioni, ma documenti, atti, incongruenze, bilanci mancanti, contratti opachi, promesse che non trovavano riscontro nei fatti. Lo abbiamo fatto quando attorno al progetto sportivo trapanese si costruiva un racconto salvifico: l’imprenditore venuto da fuori, i soldi, le ambizioni, la narrazione dell’uomo solo al comando che avrebbe rimesso in piedi calcio e basket.
Abbiamo continuato a farlo quando la Trapani Shark e il Trapani Calcio venivano portati a esempio di rinascita. E lo abbiamo fatto anche quando scrivere significava esporsi: a insulti pubblici, a minacce di querele milionarie, a delegittimazione personale. Il cittadino onorario di Trapani incitava i suoi fan contro di noi, mentre decine di persone, decine di aziende presentavano in Tribunale decreti ingiuntivi.
Si finge di non sapere che c'era e c'è ancora purtroppo una città fatta di lavoratori che è stata truffata, che aspetta di essere pagata per commesse allo stadio, al Palasport, per le società sportive trapanesi.
Si finge di non sapere che decine di donne trapanesi sono state fatte oggetto di violenze verbali, costanti, dall'imprenditore romano: ne sanno qualcosa l'assessore D'Alì e la giornalista Valentina Colli tra le altre.
Questa è stata Trapani negli ultimi due anni e mezzo: un rodeo.
È parte del mestiere. Un mestiere che, se cerca consenso, smette di essere giornalismo. Per questo abbiamo mantenuto schiena dritta e profilo basso: non eravamo noi la notizia, eravamo noi a dare le notizie.
C’è infatti un capitolo che non riguarda i bilanci o le penalizzazioni, ma il clima in cui questo lavoro è stato svolto. Antonini ha più volte utilizzato la sua emittente, Telesud, per attaccarci direttamente: insulti personali, accuse generiche, senza mai entrare nel merito dei documenti che pubblicavamo. Quelle parole sono registrate, pubbliche, e oggi fanno parte integrante della storia di questa vicenda. Non di una polemica privata, ma di un metodo.
Oggi, a debacle compiuta, accade qualcosa di prevedibile: molti scendono dalla nave.
Chi fino a ieri difendeva, giustificava, minimizzava, ora prende le distanze. I toni cambiano, le responsabilità diventano improvvisamente chiare, il fallimento viene raccontato oggi come se fosse piovuto dal cielo. Non lo era. Era scritto, nero su bianco, nei pezzi che in questi mesi sono rimasti inascoltati e mai smentiti.
Colpisce, a distanza di tempo, anche ciò che non è stato detto. Il silenzio prolungato di tanti sulla caterva di insulti che venivano vomitati da un imprenditore / editore / leader di un partito politico nei confronti di semplici cittadini. Il silenzio del sindaco Giacomo Tranchida, arrivato solo quando l’epilogo era già scritto; e quello della Prefettura di Trapani, rimasta sullo sfondo mentre il conflitto diventava pubblico, aspro, quotidiano, un problema di ordine pubblico. Anche i silenzi, in un sistema dell’informazione e delle istituzioni, sono fatti. E come tali vanno registrati. C'è un noto cronista sportivo palermitano che intervistava Antonini a colazione, nei suoi locali: oggi dice che era tutto già scritto. Da lui no, di sicuro, forse avrà letto qualche nostro pezzo.
Non è una questione personale con Antonini, né un regolamento di conti. È una questione di metodo. Noi non abbiamo mai contestato un’idea sportiva in quanto tale. Abbiamo raccontato una gestione. Abbiamo posto domande legittime. Abbiamo chiesto trasparenza. E quando la risposta è stata l’aggressione verbale, le minacce anche fisiche, abbiamo continuato a scrivere.
Oggi le istituzioni parlano di “parte lesa”, gli ex sostenitori cambiano postura, il racconto pubblico si riallinea ai fatti. Bene. Ma sarebbe scorretto riscrivere la storia come se tutti avessero visto, capito, denunciato. Non è andata così. C’è stato un tempo lungo in cui il consenso era compatto e il dubbio veniva guardato con fastidio.
Questo pezzo non serve a rivendicare nulla. Serve a fissare un punto: il giornalismo non è profezia, è verifica. Non anticipa il futuro, ma legge il presente. E quando il presente viene ignorato perché scomodo, prima o poi torna a chiedere il conto.
Adesso che tutto è finito, resta una città che deve ricostruire, società sportive da salvare se possibile, e una lezione che non riguarda solo Trapani: diffidare delle narrazioni totali, degli uomini della provvidenza, delle scorciatoie. E ricordarsi che chi fa domande non è un nemico, ma un anticorpo.
Noi, semplicemente, abbiamo fatto il nostro lavoro. Anche quando sarebbe stato più facile non farlo.
Nicola Biondo