E c’è anche l’ultimo, sorprendente capitolo della vicenda Telesud. A parlare, il 23 gennaio, è il direttore responsabile Nicola Baldarotta, che in una nota pubblica ringrazia l’editore Valerio Antonini per la “correttezza dimostrata” e per l’“attenzione riservata ai lavoratori”, confermando al tempo stesso la volontà di procedere alla liquidazione della società.
Un passaggio che lascia più di un interrogativo.
Da un lato, Baldarotta parla di un “percorso condiviso” per la chiusura dei rapporti di lavoro e di una Telesud ridotta ormai a quattro dipendenti in servizio. Dall’altro, rilancia l’ipotesi di una possibile “salvezza” dell’emittente: Antonini si dice disponibile a cedere gratuitamente la testata a imprenditori “seri e socialmente impegnati”.
Ma qui la narrazione si incrina.
Primo punto: Antonini non può cedere da solo la testata. Telesud non è una proprietà monolitica, ma una società con soci di minoranza e con contenziosi aperti. Qualunque cessione richiede passaggi formali, accordi societari e il consenso delle parti coinvolte. Presentarla come una decisione unilaterale è, nel migliore dei casi, una semplificazione.
Secondo punto, ben più sostanziale: la “cessione gratuita” è la classica trappola comunicativa già vista in altre vicende del gruppo Antonini. Gratuità non significa assenza di costi. Chi subentrasse si troverebbe a ereditare i debiti di Telesud, a partire da quelli noti e documentati con Rai Way, passando per esposizioni fiscali, pignoramenti, arretrati salariali e contenziosi giudiziari. Altro che regalo: una dote pesantissima.
In questo contesto, il ringraziamento pubblico del direttore Baldarotta all’editore Antonini stride con i fatti delle ultime settimane: stipendi non pagati, ferie forzate, redazione senza luce, apparecchiature pignorate, scioperi, accuse di comportamenti antisindacali e una liquidazione annunciata via messaggi WhatsApp.
È il paradosso finale di Telesud: mentre l’azienda si avvia alla chiusura e i lavoratori restano senza certezze, la comunicazione ufficiale, ancora una volta, prova a ribaltare il racconto, trasformando una crisi profonda in un atto di generosità.
Ma i debiti restano. I documenti restano. E la storia, quella vera, difficilmente si liquida con una nota di ringraziamento.