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08/02/2026 06:00:00

Quattro chilometri di omissioni: viaggio nella frana di Niscemi

L’inviato è arrivato di fretta, la notizia è importante. Un pezzo di paese che è franato, dice. Si collega in diretta, durante l’edizione principale del tg. Siamo a Niscemi, nel cuore della Sicilia, in provincia di Caltanissetta. Vorrebbe dire che siamo in mezzo al nulla, che intorno è tutto un paesaggio da far west, ma c’è anche questa città, questa città d’argilla che è sghemba, è slittata. E racconta: ci sono centinaia di persone in strada, famiglie che hanno perso la casa, richieste di aiuto. Fa vedere qualche sfollato, sono in 400, precisa. Parla di circa 50 edifici da demolire, di una chiesa, addirittura, tagliata in due dall’alto in basso.  Poi cede la linea allo studio. Il mondo va di fretta e non aspetta, le cose da raccontare sono tante. Dario Fo ha appena vinto il premio Nobel per la letteratura, il New York Times pubblica la sua prima foto a colori, il governo di Romano Prodi è alle prese con la sua seconda finanziaria. Già: è un mondo che va di fretta quello del 12 ottobre 1997.
 

Per capire cosa sia accaduto a Niscemi, in questi giorni,  bisogna partire da lì.

 

Niscemi non è crollata all’improvviso. Si è mossa piano, come fanno le cose che nessuno vuole vedere. Quattro chilometri di fronte instabile che oggi divorano case, strade, pezzi di memoria collettiva. Quartieri interi – Sante Croci, Trappeto, via Popolo – diventati crepe sulla mappa. Una provinciale trasformata in via di fuga, poi chiusa, poi riaperta a metà, poi di nuovo a rischio. La “zona rossa” allargata prima a cento metri, poi a centocinquanta, come se bastasse spostare una linea per fermare la terra che scende.

 

Oltre mille persone evacuate, forse millecinquecento. Brandine allineate nel palazzetto dello sport intitolato a Pio La Torre: un nome che racconta già da solo una storia di Stato e di assenze. Il sindaco Massimiliano Conti parla di isolamento di fatto, di due accessi principali chiusi, dell’unica strada rimasta che nessuno osa chiamare sicura. La frana viene definita “dinamica”, “attiva”: parole tecniche per dire che non ha finito.

 

Il 12 ottobre 1997 non è un ricordo: è un precedente. A Sante Croci la collina aveva già ceduto, mostrando a tutti cosa sarebbe potuto accadere di nuovo. Da allora Niscemi è rimasta dentro le carte del rischio idrogeologico, dentro il Piano di Assetto Idrogeologico, dentro relazioni, sopralluoghi, note a margine. Sempre un passo prima del disastro, mai dentro la prevenzione.

 

Nel marzo 2022 l’Autorità di Bacino mette tutto nero su bianco: una relazione di trentaquattro pagine, una mappa dettagliata delle fragilità, un atto ufficiale che certifica che lì sotto non è solo la natura a lavorare. Scarichi urbani che finiscono nel sottosuolo, discariche abusive nei canaloni, acque sporche che scavano lentamente l’argilla. Un cortocircuito ambientale, lo chiamano i tecnici. Tradotto: la collina scende anche perché qualcuno l’ha spinta.

 

 

Le foto allegate a quel dossier mostrano voragini alimentate da liquami, rifiuti che bloccano il deflusso delle acque, tubi che finiscono dove non dovrebbero. Tutto visto, tutto fotografato, tutto archiviato.

 

La storia di Niscemi è anche una storia di fondi che non diventano cantieri. Di progetti approvati e poi rinviati, di lavori sul torrente Benefizio annunciati e mai partiti, di finanziamenti che restano sulla carta mentre la terra continua a muoversi. In trent’anni, scopriamo adesso, le risorse per intervenire ci sono state. Ma si sono fermate lungo la catena decisionale: una firma mancata, una richiesta rimandata indietro, una metodologia “non conforme”.

 

Il paradosso è tutto in una frase pronunciata in questi giorni dal sindaco: i fondi per rimediare ai danni della frana del 1997 sono arrivati quasi trent’anni dopo. Quando la collina ha deciso di scendere di nuovo, più forte, più larga, più definitiva. A Niscemi il dissesto idrogeologico non è solo un problema tecnico: è diventato un disastro sociale per inerzia amministrativa.

 

 

Ora tocca alla Procura di Gela. Un’inchiesta per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, costruita su faldoni, delibere, corrispondenze tra uffici. Una montagna di carta per ricostruire trent’anni di scelte mancate. I magistrati hanno nominato tre consulenti universitari per capire cosa è stato fatto, cosa non è stato fatto, cosa avrebbe potuto evitare che oggi oltre mille persone dormano su una brandina.

 

Si indaga sugli scarichi abusivi, sui pozzi illegali, sugli strumenti di monitoraggio installati e poi lasciati senza manutenzione. Si indaga sapendo che il tempo è un nemico: il reato di disastro colposo si prescrive in sei anni. La frana, invece, no.

 

Il punto politico è tutto qui: chi sapeva, e da quando. Le carte dicono che la Regione sapeva. Che il rischio era noto, mappato, descritto. Che nel 2022 le criticità erano già certificate. Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani parla oggi di massima attenzione, di Protezione civile attivata, di emergenza da gestire. Ma l’emergenza arriva sempre dopo.

 

Nel dibattito pubblico rimbalza anche il nome di Nello Musumeci, allora presidente della Regione, oggi ministro: dai documenti emerge che il quadro di rischio era noto anche durante il suo mandato. Le responsabilità sono multilivello, come spesso accade in Sicilia: Comune, Regione, Stato. E poi c’è l’abusivismo quotidiano, quello senza firma, che però pesa quanto una delibera mancata.

 

Nel palazzetto, tra le brandine, la frana diventa un problema di bollette, mutui, scuole da raggiungere, lavori persi. Perché uno sfollato non è solo qualcuno senza casa: è qualcuno a cui il tempo viene improvvisamente tolto. Niscemi entra così in una statistica nazionale: quella dei comuni dove il rischio era noto, ma la prevenzione è arrivata tardi o non è arrivata affatto. L’Ispra lo ripete da anni: il dissesto idrogeologico in Italia è una certezza, non un’eccezione. La sorpresa non è la frana, ma il fatto che continuiamo a chiamarla emergenza.

 

A Niscemi, classificata dalle mappe della Protezione Civile come area a rischio geomorfologico molto elevato, si manifesta un’allarmante disattenzione politica. Nonostante in Italia il rischio di dissesto sia drasticamente aumentato negli ultimi anni (la superficie a pericolosità è cresciuta del 15% in quattro anni, esponendo il 95% del territorio a frane e il 10% a pericolosità alta), a Niscemi mancano interventi urgenti di manutenzione e prevenzione.

 

La priorità del governo sembra concentrarsi sulle grandi opere come il Ponte, a discapito dei necessari, ma “piccoli” interventi come quelli richiesti a Niscemi. Questa tendenza si riflette anche nelle allocazioni di fondi del Pnrr, che ha finanziato una vasta gamma di progetti, ma ha destinato solo l’1,3% dei 194,4 miliardi totali alla cruciale questione del rischio idrogeologico.

 

Il 12 ottobre 1997 il mondo aveva fretta e Niscemi era solo un servizio di pochi minuti. Oggi il mondo va ancora più veloce, e la frana è di nuovo una breaking news. Poi passerà. Resteranno le carte, i processi, forse qualche condanna. E una città d’argilla che continuerà a ricordare che il tempo, quando si parla di prevenzione, non è una variabile secondaria. A Niscemi la terra non ha tradito nessuno. Ha solo fatto quello che le avevano permesso di fare, per trent’anni.