Corte dei Conti stronca i Consorzi bonifica. Cosa c'è dietro la crisi idrica trapanese
La Corte dei conti siciliana boccia senza mezzi termini i Consorzi di bonifica, giudicati inadeguati nella gestione dell’acqua in Sicilia. E la provincia di Trapani è uno dei territori dove le conseguenze di questa cattiva gestione emergono in modo più evidente, tra dighe interrate, invasi ridotti e interventi sempre rinviati.
Nel referto sull’emergenza idrica, che supera le 300 pagine, i magistrati contabili parlano di gravi carenze organizzative, tecniche e finanziarie, soprattutto nella gestione delle dighe irrigue, con effetti diretti sulla disponibilità d’acqua per l’agricoltura. Un giudizio impietoso sulla gestione della risorsa idrica in Sicilia e in provincia di Trapani. La Corte dei conti parla chiaro: per anni non è stato fatto nulla.
Consorzi di bonifica: una riforma mai completata
La riforma dei Consorzi di bonifica, avviata con la legge regionale del 2014, prevedeva la nascita di due grandi consorzi regionali, uno per la Sicilia orientale e uno per quella occidentale.
Secondo la Corte dei conti, però, quella riforma non è mai diventata pienamente operativa.
I vecchi Consorzi – undici in tutta la Sicilia – continuano a operare in regime transitorio, prorogato di anno in anno. Il Consorzio di Bonifica Sicilia Occidentale, che comprende anche Trapani, viene definito una sorta di contenitore senza piena autonomia, privo di un bilancio unico e con competenze frammentate.

Il Trapanese e i numeri della crisi irrigua
Nel Trapanese il quadro è particolarmente critico. L’ex Consorzio di bonifica 1 Trapani, confluito nel Consorzio Sicilia Occidentale, opera in una situazione di grave sofferenza finanziaria, spiega il report.
Secondo i dati riportati dalla Corte, in diversi comprensori la riscossione dei canoni irrigui non supera il 20–30%, con pesanti ricadute sulla manutenzione delle opere.
Questa debolezza gestionale ha inciso direttamente sulla gestione delle principali dighe della provincia: Trinità, Rubino, Paceco e Zaffarana, infrastrutture fondamentali per migliaia di ettari agricoli.
Diga Trinità: un terzo della capacità persa
Il caso più eclatante è quello della diga Trinità di Castelvetrano, realizzata negli anni ’50, aveva un volume di progetto di circa 18 milioni di metri cubi.
Oggi, secondo la Corte dei conti, quasi 6 milioni di metri cubi sono persi a causa dell’interrimento dell’invaso mai collaudato.
Le verifiche tecniche hanno evidenziato gravi carenze manutentive, problemi nei cunicoli e nelle opere di scarico. Nel 2024 il Ministero delle Infrastrutture ha perfino avviato la procedura di messa fuori esercizio, poi sospesa dopo alcuni interventi urgenti. Ma le criticità restano definite “forti”.
Diga Rubino: “altissima criticità”
Ancora più duro il giudizio sulla diga Rubino, nel territorio di Trapani.
L’invaso ha una capacità di progetto di circa 11,5 milioni di metri cubi, ma il volume effettivamente utilizzabile è molto più basso a causa delle limitazioni di sicurezza.
La Corte parla di “altissima criticità”: perdite di drenaggio in aumento, scarichi e paratoie malfunzionanti, calcestruzzo degradato e un sistema di monitoraggio incompleto.
Gli interventi avviati coprono solo una parte dei problemi e, dopo alcuni definanziamenti, mancano ancora le risorse necessarie per completare i lavori.

Paceco e Zaffarana: impianti obsoleti
Situazione critica anche per la diga Paceco, dove lo scarico di mezzofondo non è funzionante e gli impianti risultano obsoleti, e per la diga Zaffarana, dove lo scarico di fondo è ostruito dai sedimenti e le paratoie non funzionano correttamente.
In entrambi i casi esistono progetti di gestione e interventi finanziati, ma la Corte segnala che l’esercizio “normale” delle dighe è spesso solo formale, mentre sul piano operativo restano forti limitazioni.
Progetti PNRR bocciati
Un dato che pesa come un macigno riguarda il PNRR.
I Consorzi di bonifica siciliani avevano presentato 31 progetti irrigui, per un valore complessivo di oltre 422 milioni di euro.
Nella prima selezione nessuno è stato ammesso.
Secondo la Corte dei conti, il fallimento è dovuto anche all’assenza delle verifiche di progettazione previste dalla legge. Solo successivamente, attraverso il Fondo Sviluppo e Coesione, una parte degli interventi è stata recuperata, ma molti restano ancora sulla carta.
ATO 7 Trapani: dati incompleti e gestione commissariata
La provincia di Trapani rientra nell’ATO 7 del servizio idrico integrato, che comprende 24 Comuni e circa 430 mila abitanti.
La Corte segnala ritardi nell’approvazione del Piano d’Ambito e dati poco affidabili sulle perdite di rete: mentre la media regionale supera il 52%, l’ATO Trapani dichiara perdite attorno al 20%, un dato che i magistrati invitano a verificare con maggiore attenzione.
Nel dicembre 2024, proprio per superare lo stallo, il Governo ha deciso di esercitare i poteri sostitutivi, affidando temporaneamente la gestione del servizio idrico a Invitalia.

Il dissalatore di Trapani
Nel report c'è spazio anche per i dissalatori siciliani. Il dissalatore di Trapani (Nubia), costruito negli anni ’90, è stato dismesso nel 2014 e lasciato per anni senza manutenzione.
Solo con l’emergenza idrica 2024–2025 è stato inserito in un piano nazionale da 100 milioni di euro per tre impianti containerizzati (Trapani, Gela, Porto Empedocle), finanziato con fondi FSC e regionali, con Siciliacque soggetto attuatore.
A Trapani l’impianto è stato attivato proprio mentre la Corte lavorava al dossier. Il dissalatore mobile, stando a quanto dichiarato dalla Regione, dovrebbe produrre 96 l/s, con possibile raddoppio a 192 l/s. La Corte dei conti sottolinea però che l’acqua dissalata copre solo una parte limitata del fabbisogno e che manca un confronto serio tra i costi del dissalatore e interventi strutturali come la riduzione delle perdite e la manutenzione delle dighe.
Gruppuso: “Servono opere strutturali”
Sul tema è intervenuto anche il presidente dell’ATI Idrico Trapani, Francesco Gruppuso, dopo il bando del Comune di Calatafimi Segesta per l’acquisto di autobotti.
Gruppuso ha chiarito che in quel caso si tratta di problemi tecnici sulla rete, non di mancanza d’acqua. Ma ha riconosciuto che la crisi degli ultimi anni è stata aggravata anche da scelte poco prudenti, come l’utilizzo dell’acqua del lago Garcia per l’agricoltura quando avrebbe dovuto essere destinata al potabile.
Per uscire dall’emergenza, ha spiegato, servono interventi strutturali, come nuovi collegamenti tra invasi e il potenziamento delle infrastrutture esistenti, per evitare che ogni anno l’emergenza idrica torni a ripresentarsi.
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