Alluvioni a Trapani, ecco cosa prevede il piano Venturini: tornano i canali
Non è un progetto esecutivo, ma già divide. Lo studio sulle alternative per la difesa idraulica di Trapani, presentato in Consiglio comunale il 7 febbraio, ha acceso un confronto duro su costi, tempi e utilità reale degli interventi. In aula erano presenti Giunta, Consiglio, tecnici, l’ingegnere Simone Venturini, autore dello studio, e la direttrice della Riserva delle Saline Silvana Piacentino.
Al centro del dibattito una domanda semplice: Trapani rischia altre alluvioni e cosa si sta facendo davvero per evitarle.
A chiarire lo stato dell’arte è stato l’assessore Giuseppe Pellegrino, che ha provato a riportare il confronto sui dati: “Non stiamo parlando di un progetto cantierabile, ma di uno studio che individua le soluzioni possibili. Senza questo passaggio non si intercettano finanziamenti e non si programma nulla”.
Il problema: città a pochi metri dal mare, ma senza scarico
Il quadro tecnico è noto ma pesante. Trapani non riesce a smaltire le piogge intense. Superata la soglia di 20–25 millimetri di pioggia all’ora, il sistema entra in crisi. La rete fognaria è in gran parte mista, le acque piovane si mescolano ai reflui e finiscono nei sollevamenti. Le stazioni di via Marsala, via Tunisi e dell’area portuale sono sottodimensionate: quando vanno in pressione scattano i troppo pieni e l’acqua finisce in strada o direttamente in mare, con ricadute igienico-sanitarie. Cosa dice lo studio
Venturini lo ha spiegato senza tecnicismi inutili: Trapani ha perso nel tempo la possibilità di scaricare le acque a gravità, nonostante sia sul mare. Canali storici chiusi, urbanizzazione spinta, aree naturali eliminate. Il modello idraulico, calibrato sull’alluvione del 26 settembre 2022, stima circa 600 mila metri cubi d’acqua in città e individua le zone più vulnerabili: via Marsala, via Fardella, via Virgilio, via Orti. Qui, anche in futuro, il rischio resterà alto se non si cambia impostazione. Le soluzioni che fanno discutere
Ed è qui che scatta la polemica. Lo studio propone di riaprire canali di deflusso a gravità, come il canale Scalabrino e quello parallelo a via Virgilio, e di realizzare una grande vasca di laminazione nell’area dell’ex salina Collegio. Tradotto: dare spazio all’acqua invece di continuare a pomparla. Soluzioni che, secondo i tecnici, ridurrebbero il carico sui sollevamenti e il rischio di allagamenti, ma che per una parte dell’aula rischiano di essere costose, invasive e lente da realizzare. Il nodo dei soldi e dei tempi
Le critiche non negano il valore tecnico dello studio, ma puntano tutto su una paura concreta: che resti sulla carta. “Chi mette i soldi, quanto tempo ci vorrà, e cosa succede nel frattempo?” è la sintesi delle perplessità emerse. Mentre si discute di canali e vasche di laminazione, i cittadini continuano a subire allagamenti, danni ai negozi e strade impraticabili dopo ogni pioggia intensa. Da qui la richiesta, trasversale, di non dimenticare la manutenzione ordinaria: caditoie, tombini, condotte ostruite. Ambiente e saline Sul fronte ambientale, Piacentino ha ricordato che le saline sono un sito Ramsar e un habitat di valore internazionale. Ogni intervento dovrà essere compatibile con la tutela della biodiversità, ma può diventare anche un’opportunità: soluzioni basate sulla natura potrebbero aprire l’accesso a fondi dedicati alla resilienza climatica. A che punto si è davvero
Pellegrino ha elencato ciò che esiste già e ciò che si sta tentando di rimettere in funzione: il canale in cemento armato dal quadrivio di Milo al ponte Salemi, i canaloni di gronda verso San Cusumano mai pienamente operativi, e soprattutto il canale di gronda dell’area industriale, incompleto da 35 anni e oggi invaso dalla vegetazione. Il Comune sta avviando le procedure per acquisirlo e ha già presentato un progetto da 5 milioni di euro al Ministero dell’Interno, oltre a un altro da 20 milioni approvato in Conferenza dei servizi.
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