Il Giorno del ricordo, oggi, viene troppo spesso collocato in antinomia ideologica alla Giornata della Memoria. Vuoi per calendario, vuoi perché è un capitolo di storia ridotto già a poche righe, è una ricorrenza che finisce quasi sempre in sordina.
Eppure ancora oggi rappresenta una pagina della storia italiana che continua a generare tensioni, letture contrapposte e prese di posizione politiche.
Il 10 febbraio ricorda il dramma e il dolore di un esodo mai del tutto compreso e riconosciuto, quello giuliano-dalmata, la complessa vicenda del confine orientale italiano e di un crescendo di violenze, culminate nelle cosiddette “foibe”, voluto dalle milizie comuniste jugoslave guidate dal maresciallo Tito.
Queste violenze erano soprattutto di natura politica e ideologica, risultato di anni di occupazione straniera da parte dei regimi italiano e tedesco, entrambi con un’ispirazione politica diametralmente opposta rispetto a quella della nascente Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Il “Giorno del ricordo” fu simbolicamente ascritto al 10 febbraio nel 2004, nel secondo governo Berlusconi, fortemente sostenuto dai partiti di centrodestra, come una compensazione al 25 aprile e al 27 gennaio: un riequilibrio prima politico più che storico e morale.
Fu la nemesi storica senza giustizia finale di una "dimenticanza", percepita come tale anche grazie ad un dibattito onestamente stucchevole e strumentale, che colloca genocidi e vittime da una parte precisa della barricata.
Perché è in realtà un assunto ideologico molto semplice: chi è di sinistra celebra la Giornata della Memoria e liquida con un post di circostanza quella del Ricordo; chi è di destra viceversa, in un tentativo di primogenitura su chi è stato più vittima e quale genocidio è più sanguinoso, importante o meritevole di essere celebrato.
Il tema anche oggi è che queste strumentalizzazioni sono tese non a stabilire la verità storica ma a costruire su quei drammi forme simboliche di identità politica e nazionale. È esattamente un caso di memoria di parte e di difesa di un negazionismo di parte: è tollerabile solo se investe la parte avversaria.
In Italia c'è un giorno del ricordo dei crimini delle foibe e del dramma dell'esodo, e per fortuna. Ma non c'è un giorno del ricordo dell'invasione italiana alla Jugoslavia, non c'è un giorno del ricordo dei massacri italiani che ne seguirono. Come non c'è un giorno del ricordo dei crimini della X Mas italiana, o delle vittime degli anni di piombo.
In compenso, qualsiasi strage, genocidio, violenza possa ricordarsi, ci sarà sempre un “giorno del benaltrismo” che, a seconda di chi sta al potere e governa, o che al potere magari aspira e basta, rivendicherà lutti e violenze peggiori.
Ma Il ricordo è il ricordo di quello che è successo, la Memoria è come quello che è successo ci trasforma e ci fa guardare al futuro. Ci sono due aspetti della memoria: da una parte una sua fossilizzazione e dall’altra, invece, un’apertura come un monito verso il mondo ed in questo senso la memoria è qualcosa di diverso del ricordo.
Certo, noi dobbiamo anche ricordare quello che è successo, ma la memoria non è solo una ricompensa per togliere dall’oblio chi è morto, è un’apertura verso il futuro affinché queste uccisioni non succedano più.
Per questo non si dovrebbe trasformare il Giorno del Ricordo in un momento di ulteriore strappo, di divisione fra gli italiani, gli sloveni ed i croati. In queste giornate, partendo dal ricordo di un evento storico, si dovrebbe fare memoria osservante di tutte le memorie: delle foibe, dell'esodo.
Questa, come il 27 gennaio o il 25 aprile, siano giornate di rispetto e non di rivendicazione di una parte politica, di analisi storica e non di propaganda, di rispetto e non di oltraggio.
Ci sarà tempo e luogo e modo di rivendicare e sollecitare, giustamente, la mozione per intitolare un luogo della città di Trapani alle vittime delle foibe: oggi, facciamo prevalere la Memoria come costruzione di un futuro di Pace. Domani potremo tornare ad urlarci addosso.