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12/09/2026 06:00:00

Da Castelvetrano alla Lombardia: la mafia trapanese nel sistema Hydra

Un pezzo della mafia trapanese si era trasferito in Lombardia senza tagliare i ponti con Castelvetrano. Anzi, proprio quel rapporto con la “casa madre”, con il mandamento un tempo guidato da Matteo Messina Denaro e con l’ambiente familiare dell’ex latitante era un attestato. Una garanzia per intrecciare rapporti con altri clan criminali calabresi e campani. Tutti insieme hanno dato vita alla supermafia lombarda. 


È quanto emerge dalla sentenza del processo celebrato con rito abbreviato e scaturito dall’inchiesta antimafia Hydra. Quasi duemila pagine nelle quali il Tribunale di Milano ricostruisce l’esistenza di un sistema criminale capace di mettere insieme uomini provenienti da Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra.
Non solo organizzazioni distinte che occasionalmente fanno affari tra loro. O parenti di mafiosi che, quasi da scappati di casa, facevano qualche affaruccio. Secondo il giudice, si trattava di un’associazione mafiosa autonoma, nella quale relazioni, imprese, denaro, capacità intimidatoria e prestigio criminale venivano messi in comune.
Dentro questo sistema operava anche una componente che gli stessi atti definiscono quella degli «esponenti mafiosi della provincia di Trapani», collegati al mandamento di Castelvetrano. I nomi centrali sono quelli di Paolo Aurelio Errante Parrino, della famiglia Pace e dei fratelli Giovanni e Rosario Abilone.
Non semplici siciliani emigrati al Nord. Nella ricostruzione giudiziaria rappresentavano il raccordo tra gli affari sviluppati in Lombardia e il peso criminale che continuava ad arrivare dalla provincia di Trapani.
 

La componente trapanese della “supermafia”
Le indagini hanno chiarito che in questa supermafia erano parte attiva anche esponenti trapanesi collegati al mandamento di Castelvetrano. 
E nella sentenza viene richiamato il territorio in cui comandava Matteo Messina Denaro..
Al centro della ricostruzione ci sono Bernardo “Dino” Pace, nato a Trapani nel 1964, e i figli Michele e Domenico, nati e cresciuti in Lombardia. Accanto a loro compaiono i fratelli castelvetranesi Giovanni e Rosario Abilone e, soprattutto, Paolo Aurelio Errante Parrino, per tutti “zio Paolo”.
Nel giudizio abbreviato Bernardo Pace è stato condannato a 14 anni e 4 mesi, Michele Pace a 12 anni, Domenico Pace a 11 anni e 4 mesi e Giovanni Abilone a 13 anni e 4 mesi. Bernardo Pace è morto poco dopo la sentenza,  il 16 marzo 2026. Le posizioni di Errante Parrino e Rosario Abilone seguono percorsi processuali separati.
Le condanne non sono definitive e dovranno superare gli eventuali successivi gradi di giudizio. Ma le motivazioni consentono già di comprendere quale fosse, secondo il Tribunale, il ruolo della componente trapanese.
 

“Zio Paolo”, il ponte con Castelvetrano
La figura decisiva per ricostruire il collegamento con la Sicilia è quella di Paolo Aurelio Errante Parrino.
Nato a Castelvetrano nel 1946 e residente ad Abbiategrasso dagli anni Settanta, Errante Parrino è già stato condannato per associazione mafiosa e narcotraffico negli anni passati. È inoltre cugino acquisito di Matteo Messina Denaro: ha sposato una sorella di Lorenza Guttadauro, madre dell’ex latitante.
Ma nella vicenda Hydra la parentela non è soltanto un elemento biografico. Secondo la ricostruzione giudiziaria, “zio Paolo” avrebbe continuato a mantenere contatti con Castelvetrano e con l’ambiente familiare dei Messina Denaro. La sentenza richiama anche il suo interessamento per l’assistenza legale a Gaspare Como, cognato del boss e figura di vertice della famiglia mafiosa castelvetranese.
Per l’accusa, Errante Parrino era il «punto di riferimento del mandamento di Castelvetrano nel Nord Italia». Un uomo al quale rivolgersi per comporre controversie, certificare appartenenze, mettere in collegamento gruppi differenti e far valere il peso della mafia siciliana negli equilibri lombardi.
Le indagini documentano numerosi incontri nei suoi luoghi di riferimento ad Abbiategrasso, tra il bar Las Vegas e gli uffici della Arredamenti Inox. Qui arrivavano esponenti delle diverse componenti criminali coinvolte nell’inchiesta.
“Zio Paolo”, insomma, non è un personaggio secondario. Una di quelle figure di contorno nelle storie criminali. Ma secondo quanto emerge dalle indagini gli viene  riconosciuta un’autorità precisa. Il suo intervento era richiesto quando occorreva superare uno scontro, legittimare una decisione o riallacciare i rapporti con la Sicilia. 
Ed era un ruolo che, secondo il giudice, aveva anche un valore economico, e una percentuale: il 10% sugli affari. 
 

Bernardo Pace e il ruolo in Lombardia
Se Errante Parrino rappresentava il ponte con Castelvetrano, Bernardo Pace era l’uomo che trasformava quel collegamento in presenza concreta sul territorio lombardo.
La sentenza parla di «plurimi e concordanti elementi probatori» a sostegno dei rapporti tra Pace, Cosa nostra trapanese e l’area mafiosa di Castelvetrano. Non un legame lontano, affidato soltanto alle origini familiari, ma una relazione utilizzata nella gestione dei rapporti con gli altri gruppi e nella risoluzione delle controversie.
Il giudice attribuisce a Bernardo Pace un ruolo «assai rilevante» e sottolinea il peso esercitato quale espressione del mandamento di Castelvetrano sul territorio lombardo.
Pace partecipava agli incontri con esponenti delle altre organizzazioni, interveniva nelle dispute, gestiva insieme ai figli imprese e movimentazioni di denaro e manteneva, attraverso Errante Parrino, il collegamento con la “casa madre” siciliana.
È proprio questa espressione – “casa madre” – a spiegare il rapporto ricostruito negli atti. Gli uomini trapanesi potevano vivere e operare da decenni al Nord, ma il riconoscimento dell’autorità mafiosa continuava a passare dalla Sicilia.
Castelvetrano non era soltanto il luogo dal quale provenivano. Era ancora un centro di legittimazione.
 

Il nome di Matteo Messina Denaro
Nelle conversazioni intercettate il nome di Matteo Messina Denaro compare come un riferimento che conserva tutto il proprio peso.
In un dialogo del gennaio 2021, Bernardo Pace sostiene che il boss sia a conoscenza di una controversia che coinvolge alcuni degli uomini del gruppo. In un’altra intercettazione, quando viene pronunciato il cognome «Messina Denaro», il tono della voce si abbassa.
Sono dettagli che da soli non dimostrano l’esistenza di ordini impartiti dall’allora latitante. Inseriti nel quadro complessivo, però, mostrano quanto il suo nome continuasse a rappresentare una fonte di autorevolezza e intimidazione.
Il riferimento a Messina Denaro serviva a misurare la forza degli interlocutori, a indicare la protezione della quale potevano disporre e a ricordare che dietro gli uomini presenti in Lombardia esisteva una struttura mafiosa radicata in Sicilia.
È un passaggio sul quale occorre essere rigorosi. La sentenza non sostiene che Matteo Messina Denaro dirigesse Hydra né che intervenisse personalmente nella gestione quotidiana degli affari lombardi. Il Tribunale distingue la vicinanza familiare e criminale al boss dalla prova di un suo coinvolgimento diretto nei singoli episodi.
Ciò che emerge è l’esistenza di un canale con il mandamento di Castelvetrano, garantito soprattutto da Errante Parrino, e l’utilizzo del prestigio criminale legato al nome dei Messina Denaro.
 

I Pace: una famiglia dentro il sistema
Accanto a Bernardo Pace, il giudice colloca i figli Michele e Domenico. La sentenza esclude che fossero soltanto familiari coinvolti marginalmente nelle attività imprenditoriali del padre.
Michele viene descritto come la “testa pensante” della famiglia. Avrebbe avuto un ruolo nella gestione delle società, nelle operazioni finanziarie, nella circolazione del denaro e nei rapporti con gli esponenti delle altre componenti criminali.
Secondo il Tribunale, era pienamente consapevole del contesto nel quale si muovevano gli affari e dell’identità degli interlocutori. Partecipava alle decisioni e riceveva informazioni provenienti dalla Sicilia, contribuendo a trasferirle all’interno del gruppo.
Domenico Pace aveva un profilo meno esposto, ma non viene considerato una figura marginale. Partecipava agli incontri, alle decisioni societarie e alla distribuzione del denaro. La sentenza richiama inoltre il suo coinvolgimento nella gestione delle armi conservate negli uffici riconducibili alla famiglia.
Per il giudice, entrambi erano stabilmente inseriti nell’associazione e mettevano le proprie attività al servizio del sistema comune.
 

Gli Abilone e le “credenziali” siciliane
Nella componente trapanese di Hydra vengono inseriti anche Giovanni e Rosario Abilone, entrambi originari di Castelvetrano.
A differenza di Errante Parrino e di altri protagonisti dell’inchiesta, i fratelli Abilone non arrivavano al procedimento con precedenti condanne per associazione mafiosa. Il Tribunale ritiene tuttavia che le intercettazioni e i rapporti intrattenuti con i Pace, i Crea ed Errante Parrino dimostrino la loro partecipazione al sistema.
Nelle conversazioni si discute delle rispettive “credenziali” criminali, della provenienza castelvetranese e dei legami che ciascun interlocutore era in grado di far valere.
Uno degli episodi più significativi riguarda la controversia con Gioacchino Amico. Nel settembre 2021, Bernardo Pace e gli Abilone discutono della possibilità di rivolgersi alla Sicilia per ottenere il via libera a un intervento contro di lui.
L’eventuale autorizzazione proveniente «da giù» non viene considerata dal giudice una semplice millanteria. Era uno degli strumenti utilizzati per stabilire chi avesse titolo a intervenire, regolare i conflitti e misurare i rapporti di forza tra esponenti appartenenti a organizzazioni differenti.
In questa logica, Castelvetrano continuava a esercitare una funzione precisa: non soltanto terra d’origine, ma luogo dal quale potevano arrivare riconoscimenti, indicazioni e autorizzazioni.
 

Un sistema nuovo con radici antiche
Hydra racconta una forma di organizzazione mafiosa diversa da quella rigidamente territoriale. In Lombardia, secondo il Tribunale, uomini di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra collaboravano stabilmente senza rinunciare alle rispettive appartenenze.
Proprio quelle appartenenze rappresentavano il capitale iniziale del sistema. Ciascuna componente portava relazioni, prestigio criminale, contatti con i territori d’origine e capacità di intimidazione. Tutto veniva poi impiegato negli affari comuni.
Gli uomini legati alla provincia di Trapani portavano dentro Hydra il peso del mandamento di Castelvetrano. Errante Parrino garantiva il collegamento con la Sicilia; Bernardo Pace ne traduceva l’autorevolezza negli equilibri lombardi; i figli Michele e Domenico gestivano una parte delle attività; gli Abilone potevano spendere origini e relazioni castelvetranesi.
Il nome di Matteo Messina Denaro restava sullo sfondo. Non come capo occulto del sistema lombardo – una conclusione che la sentenza non autorizza – ma come riferimento capace di conferire forza e credibilità a chi dichiarava di essere vicino alla sua famiglia e al suo mandamento.
Il collegamento con Castelvetrano, però, non produceva soltanto prestigio. Aveva un prezzo e generava denaro. “Zio Paolo” riceveva una percentuale, i Pace controllavano società e operazioni economiche, mentre con gli esponenti delle altre mafie si discutevano fatture, crediti fiscali, spartizioni e recuperi di denaro.
È nel passaggio dall’appartenenza agli affari che si comprende davvero il funzionamento della componente trapanese di Hydra. Ed è da qui che partirà la seconda puntata.