Il sistema Cuffaro è il sistema della politica
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Che differenza c’è tra Totò Cuffaro e un altro politico che piazza persone, perlopiù amici o trombati dello stesso partito, in posti chiave? Da un punto di vista etico e morale, nessuna differenza. Perché la politica, tra l’altro, dovrebbe arrivare prima ancora della Magistratura.
Troppo spesso la linea di demarcazione tra ciò che è accettabile nella sfera pubblica e ciò che non lo è viene delegata ai giudici, come se il loro intervento fosse l’unico, inevitabile strumento per definire ciò che è giusto o sbagliato. Ma qui, prima ancora che di reati, si dovrebbe parlare di etica e morale. E questo non appartiene al codice penale: appartiene alla politica.
Il problema è politico
Scandali, inchieste, intercettazioni, avvisi di garanzia: il governo Schifani è stato travolto e c’è forte imbarazzo, si è persa la credibilità.
Quello che faceva politicamente Totò Cuffaro, reati presunti a parte, non è diverso da ciò che fanno tutti gli altri politici: spartiscono poltrone e incarichi agli amici fedelissimi, ai colleghi di partito, ai trombati delle elezioni, legittimando un circolo vizioso, non virtuoso. Basti andare a vedere chi c’è a capo delle partecipate, delle Asp, dei Consorzi e così via. Questo vale a cascata per tutti, dal livello regionale a quello comunale. I nomi che occupano poltrone sono noti. Che ci si stupisca adesso è ridicolo, per la classe dirigente che rappresenta la Sicilia.
Gianfranco Miccichè è stato chiaro: Forza Italia, quindi il presidente Renato Schifani, non è stato finora raggiunto da alcuna indagine, ma un governatore è punto di equilibrio e garante del buon andamento della sua maggioranza. Il problema è semplice: non si voleva spezzare quell’alleanza politica che porta consensi e regge una compagine in Aula. Le ragioni di opportunità vengono dopo. I siciliani hanno tutto il diritto di indignarsi, di “schifiarsi” di fronte all’ennesimo scandalo che, prima di essere giudiziario, è politico. La domanda fondamentale è: davvero è necessario aspettare l’intervento della magistratura per riconoscere comportamenti politicamente inaccettabili? L’etica e la responsabilità sono il livello che qualifica una classe dirigente. Non può essere una Procura a stabilire se un gesto sia compatibile con il ruolo pubblico. La buona politica vive di reputazione, non di sentenze.
I ruoli: tutti sapevano
In politica esiste una legge non scritta che, ciclicamente, si ripete dopo ogni tornata elettorale: chi perde non scompare, semplicemente aspetta. Aspetta una nomina, una poltrona, un incarico in qualche ente pubblico o società partecipata.
E la ottiene. Francesca Donato, vicepresidente nazionale della DC, ha un rapporto contrattuale con l’assessore regionale, sempre in quota DC, Andrea Messina (Enti Locali). Il contratto fu perfezionato ad aprile 2025. Ruolo: coordinatrice della segreteria tecnica dell’assessore; compenso: oltre 42 mila euro.
La Donato ha preso le distanze da Cuffaro: “Chi di noi era ignaro delle dinamiche contestate oggi non può limitarsi a tacere, né a pronunciare le solite frasi di rito. A fronte della gravità delle accuse all’indirizzo di chi ha guidato il nostro partito fino a ieri, e alla luce di quanto riportato dalle intercettazioni agli atti, non si può nascondere la testa sotto la sabbia. Per quanto sia doloroso, dobbiamo avere il coraggio di dire ciò che proviamo e pensiamo davvero. Personalmente, sono pervasa da sentimenti di rabbia, disgusto e dolore”.
Tra i vari incarichi conferiti c’è pure quello a Laura Abbadessa, oggi presidente regionale del partito, lei ha avuto diverse consulenze all’assessorato alla Famiglia, guidato da Nuccia Albano(DC). In questo sottobosco in ogni partito ci sono i propri uomini e donne piazzate, ed è così da sempre: da destra a sinistra. Perché da decenni la macchina del potere si è costruita così. Gli incarichi pubblici non vengono percepiti come strumenti per offrire competenze, ma come pedine per mantenere equilibri di partito. E’ questo “retrobottega” che deve fare paura e scandalizzare davvero.
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