Shark. “Il progetto continua”. Ma verso dove?
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Nell’ultimo comunicato di Sport Invest campeggia, a caratteri cubitali, l’affermazione che “il progetto continua”. Una formula tipica del linguaggio del project management, rassicurante solo in apparenza, che difficilmente può convincere chi la legge come l’ennesima dichiarazione di sopravvivenza. Più che un rilancio, sembra la descrizione di un’agonia: quella di una barca in difficoltà, incapace di una vera sterzata, che prova solo a restare a galla fino a fine navigazione – giugno, quando termineranno i campionati di calcio e basket – per poi essere portata in bacino di carenaggio o venduta come ferraglia al miglior offerente.
Anche l’annuncio da parte di Valerio Antonini di una futura conferenza stampa (“racconterò la reale situazione alla città e troveremo le soluzioni adatte”) non appare molto distante da un S.O.S. lanciato sull’orlo di un precipizio, con la voragine già ben visibile sotto i piedi.
È un dato difficilmente contestabile che la città e le istituzioni abbiano, nel tempo, dimostrato grande attenzione verso le sorti delle proprie squadre. Forse persino troppa. Un amore eccessivo che, nella logica della governance, può essere stato interpretato come debolezza.
I tappeti rossi stesi al plenipotenziario romano, gli aiuti delle maestranze locali per il maquillage degli impianti, le concessioni lunghe e gratuite delle strutture sportive, la corsa agli abbonamenti di calcio e basket: tutto questo ha contribuito a creare una posizione dominante, alimentando modelli comportamentali fondati su controllo, leadership assoluta e influenza totale sugli altri.
Dentro questo schema rientrano anche l’acquisizione dell’emittente televisiva cittadina - ad un passo dalla chiusura - e la creazione di un movimento politico. Sport, politica e informazione concentrati nelle mani di un solo soggetto, con un progetto ambizioso che, inevitabilmente, richiedeva risorse finanziarie enormi per essere sostenuto.
Ed è qui che, per usare un’espressione classica, “è cascato l’asino” (absit iniuria verbis).
Quando le fonti di finanziamento hanno iniziato a inaridirsi, quando i risultati sportivi non sono bastati a reggere l’impalcatura, quando il "salto di qualità" dell’informazione non si è tradotto in consenso diffuso e il progetto politico non ha prodotto l’atteso ribaltamento degli equilibri – con la mancata Cittadella dello Sport diventata un vero casus belli – si è innescato un effetto domino che ha fatto crollare l’intero sistema.
In questo contesto, l’invito rivolto al sindaco a “prendere le chiavi” delle due società appare come un atto di resa, o quantomeno il tentativo di scendere dalla tigre cavalcata troppo a lungo senza essere sbranati. È una reazione comprensibile: di fronte a difficoltà percepite come insuperabili, entrano in funzione meccanismi di difesa psicologica, che portano alla rimozione del conflitto attraverso il disimpegno totale da ciò che genera stress e frustrazione.
Resta da capire se la prossima conferenza stampa offrirà una reale narrazione dei fatti. Finora, le pesanti penalizzazioni subite dalle società sono state sempre spiegate con giustificazioni apparse poco chiare.
E il dato – definito “incontrovertibile” – secondo cui nessun imprenditore del territorio si sarebbe fatto avanti per partecipare o acquistare le società, dice molto sulla reale possibilità di risolvere la vicenda in tempi brevi.
Se prima c’era un solo uomo al comando, rafforzato dall’assioma “io metto i soldi e decido per tutti”, questa impostazione non aiuta la soluzione dell’affaire, anzi la complica. L’idea che il potere decisionale sia direttamente proporzionale al contributo economico serve solo a stabilire gerarchie e ad affermare un modello autoritario. In queste condizioni, è difficile immaginare che qualcuno possa farsi avanti per partecipare a un progetto che resta rigidamente personalizzato.
Quanto alla vendita, è altrettanto improbabile che imprenditori seri decidano di comprare “a scatola chiusa”, affidandosi a narrazioni che emergeranno da una conferenza stampa. Solo un’analisi rigorosa dei bilanci può aprire una trattativa credibile. E farlo “in corsa”, dopo penalizzazioni pesanti legate a irregolarità amministrative e finanziarie, ritardi o mancati pagamenti di IRPEF e INPS, appare oggettivamente difficile.
Il progetto, dunque, può anche “continuare”. Ma la domanda resta intatta: continuare come, e soprattutto verso dove?
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