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27/03/2026 06:00:00

Corruzione in Sicilia. Il boss e i soldi ai politici: “Devono fare quello che diciamo"

Emergono nuovi particolari nell’inchiesta su corruzione, appalti e presunti legami con la mafia che sta scuotendo la Regione Siciliana. Dettagli che arrivano dalle intercettazioni e dagli atti depositati dai pm, e che allargano il quadro, toccando non solo funzionari e imprenditori, ma anche la politica regionale.

 

Nel frattempo, mentre le indagini si fanno più pesanti, la macchina amministrativa si è già mossa: Giancarlo Teresi è stato cancellato in poche ore dall’organigramma regionale, come se non fosse mai esistito.

 

Fuori in un attimo. Senza spiegazioni pubbliche, senza passaggi intermedi.  Teresi è stato cancellato lo stesso giorno in cui è finito al centro dell’inchiesta su appalti, tangenti e rapporti con ambienti mafiosi.

Un taglio netto, burocratico ma chirurgico. E mentre la Regione prendeva le distanze, nelle carte dell’indagine emergevano dettagli sempre più pesanti.

 

Il “colpo di spugna” su Teresi

Fino al 10 marzo Teresi era un dirigente considerato indispensabile. Tanto da essere trattenuto in servizio fino al 2027, oltre l’età pensionabile.

Poi l’arresto. E immediatamente la retromarcia: una nota interna certifica che non ci sono più le condizioni per mantenerlo in servizio. Tre giorni dopo arriva la revoca ufficiale, retroattiva.

Una cancellazione silenziosa. Ma politicamente rumorosa.

 

L’inchiesta: mazzette e appalti

Secondo la Procura di Palermo, Teresi avrebbe preso tangenti per favorire imprese legate all’imprenditore Carmelo Vetro, boss di Favara.

Per entrambi è scattata la custodia cautelare in carcere.

Il gip ha escluso, per ora, l’aggravante mafiosa. Ma i pm non ci stanno e rilanciano: secondo l’accusa quel sistema corruttivo avrebbe agevolato Cosa nostra. L’appello sarà discusso il 10 aprile.

Le intercettazioni: “La campagna l’ha avuta finanziata”

È nelle intercettazioni che l’inchiesta diventa ancora più delicata.

«Iacolino la campagna elettorale l’ha avuta finanziata… lui e Tamajo pure, quindi, intanto lo deve fare… poi se questo favore ce lo fa… poi si vede…».

A parlare è Carmelo Vetro, convinto di non essere ascoltato. Il riferimento è a Salvatore Iacolino, ex manager del Policlinico di Messina, oggi indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.

E Vetro insiste, parlando con l’imprenditore Giovanni Aveni:
«A me interessa che lui deve fare quello che noi gli chiediamo punto…».

Tamajo, va detto, non è indagato e ha già respinto ogni accusa: nessun finanziamento illecito e nessun rapporto con Vetro.

Il ruolo di Iacolino secondo i pm

Per l’accusa, Iacolino sarebbe stato una figura chiave. Un ponte.

Vetro – suo compaesano – lo avrebbe sfruttato per entrare nei gangli della pubblica amministrazione regionale, soprattutto nei settori della sanità e dei lavori pubblici.

Tra gli episodi sotto la lente c’è la procedura di accreditamento sanitario della società Arcobaleno srl, riconducibile all’imprenditore Aveni, anche lui indagato e in affari con il boss.

Un passaggio tecnico, certo. Ma con possibili effetti economici enormi.

 

I 90 mila euro e il Riesame

Sul tavolo c’è anche il caso dei 90 mila euro trovati in casa di Iacolino.

La difesa sostiene che siano soldi leciti, prelevati dai conti personali. Il Riesame dovrà decidere sul dissequestro nei prossimi giorni.

Intanto, sempre davanti ai giudici, si discuterà anche la richiesta di scarcerazione per Teresi e Vetro.

 

Un sistema che emerge

Tra intercettazioni, appalti e relazioni pericolose, il quadro che viene fuori è quello di un sistema.

Un sistema in cui politica, burocrazia e interessi economici si intrecciano. E in cui, secondo l’accusa, la mafia prova a sedersi al tavolo delle decisioni.

La Regione ha già fatto la sua prima mossa: cancellare Teresi.

Ma il resto della partita – quella vera – è appena cominciato.