Carmelo Vetro, il boss “pulito” che unisce mafia, appalti e massoneria
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Non è un capomafia che urla. Non è uno che si espone. Carmelo Vetro è uno che entra negli uffici, parla con i dirigenti, tratta appalti e muove soldi pubblici.
L’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo lo rimette al centro di un sistema che tiene insieme mafia, politica, sanità e affari. Un sistema che passa da relazioni, favori, accreditamenti negli uffici regionali.
Non è il singolo episodio a colpire, ma la naturalezza con cui tutto avviene. In un ufficio regionale, rivolgendosi al dirigente Giancarlo Teresi, dice: «Prendi questa carpettina da dietro e la sistemi… vedi se c’è una busta qua dentro».
Per gli inquirenti, è una tangente. Ma soprattutto è la prova di un rapporto consolidato.
Vetro, boss di Favara, oggi tornato al centro della scena, non è un nome nuovo nelle cronache giudiziarie. Eppure negli ultimi anni ha goduto di libertà di movimento nelle stanze in cui si decidevano gli appalti. Ha potuto gestire relazioni fino ad alti livelli. Fino al super manager, ex europarlamentare, Salvatore Iacolino, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il cognome, la famiglia, l’inizio
Per capire come si arriva fin qui bisogna tornare indietro. E partire dal cognome.
Vetro nasce a Sciacca nel 1985, ma cresce a Favara dentro una delle famiglie mafiose più radicate dell’Agrigentino. Il padre è Giuseppe Vetro, storico reggente della cosca, figura di vertice capace di tenere insieme affari e potere militare. Uno che avrebbe favorito la latitanza dei fratelli Brusca e che rappresentava la Cosa Nostra degli anni più duri. Dominò Favara negli anni '90-2000 con metodi tradizionali ("quando c'era da andare ad ammazzare non ci tirava indietro"), ma il figlio rappresenta la "nuova mafia" silenziosa e imprenditoriale. Quando muore, nel 2008, lascia al figlio una rete già costruita: relazioni, rispetto, canali aperti.
I collaboratori di giustizia lo dicono senza giri di parole: Carmelo Vetro è dentro Cosa Nostra fin da giovanissimo. Nei primi anni Duemila si muove già tra imprese e protezione ai latitanti. “Aveva le porte aperte”, raccontano. E non è una metafora.
La crescita: affari, latitanti e prime responsabilità
Non è il classico percorso di apprendistato mafioso. Vetro accelera.
Già nei primi anni si occupa di affari nel settore edilizio, entra in società occulte, gestisce attività economiche che servono da copertura e da cassa. È descritto come uno che “andava a cercare le imprese” e garantiva protezione. Fin da ragazzino, intorno ai primi 2000, Carmelo "bruciava le tappe" grazie al cognome "pesante", fornendo protezione al latitante Maurizio Di Gati e gestendo imprese mafiose, come un impianto di calcestruzzo nel 2005 con quote occulte.
Parallelamente costruisce relazioni. Non solo dentro Cosa Nostra, ma anche fuori. È in questa fase che emergono i primi legami con la massoneria, confermati dal ritrovamento di tessere della Gran Loggia d’Italia già nel 2012.
Due mondi che, nel suo caso, non sono separati. Si sovrappongono.
Il progetto dei boss: restare pulito
Le indagini ricostruiscono un disegno preciso dei vertici mafiosi dell’Agrigentino.
Vetro non deve essere uno che si espone. Non deve fare estorsioni, né partecipare a reati “di strada”. Il suo ruolo è un altro: gestire.
È il profilo del cosiddetto “governatore”. Uno che muove gli affari, tiene i contatti, conserva i capitali. Quello che resta fuori dalle indagini più evidenti. La cosca favarese puntava a un "Ottavo Mandamento" agrigentino, con Carmelo come figura chiave post-morte del padre.
In alcune conversazioni tra boss il concetto è chiarissimo: se gli altri finiscono in carcere, è lui che deve sapere dove andare a prendere i soldi e come far continuare tutto.
Una figura di continuità. Silenziosa, ma centrale.
L’arresto e la condanna
Nel 2012 arriva il primo vero colpo: l’arresto nell’operazione “Nuova Cupola”.
Le accuse sono pesanti e portano, nel 2018, a una condanna definitiva a 9 anni per associazione mafiosa. Una sentenza che certifica il suo ruolo dentro Cosa Nostra.
Sconta la pena fino al 2019. Poi torna libero. Una volta scarcerato, è stato sottoposto alla sorveglianza speciale fino all’agosto 2022.
Il ritorno: dalle celle agli uffici
Dopo la scarcerazione, Vetro non si nasconde. Non si defila. Non cambia vita.
Cambia metodo.
Si muove come imprenditore. O meglio, come regista dietro imprese formalmente intestate ad altri. Partecipa a gare, entra nei lavori pubblici, ottiene finanziamenti.
Il porto di Selinunte è uno degli esempi più evidenti: società riconducibili al suo circuito entrano nei lavori di dragaggio, grazie anche a relazioni costruite dentro gli uffici regionali.

Il vero salto è l’accesso diretto alle istituzioni.
Rapporti con dirigenti regionali. Canali aperti nella sanità. Interlocuzioni con la politica. E una rete massonica che, secondo gli investigatori, funziona come struttura parallela per facilitare tutto questo.
In una intercettazione, Vetro lo dice senza filtri: «La massoneria e la politica risolvono tutto».
L’inchiesta lascia una domanda semplice: com’è possibile che uno con una condanna per mafia, con una storia personale e familiare così pesante, si muovesse così liberamente dentro gli uffici pubblici, parlasse con dirigenti e trattasse affari milionari?
Perché il punto, alla fine, è tutto lì. Non solo cosa faceva Vetro. Ma chi gli dava credito, chi, nelle istituzioni, lo faceva entrare.
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