Trapani Shark, rimborso abbonamenti: solo 172 tifosi chiedono indietro i soldi
Su oltre tremila tifosi della Trapani Shark che hanno pagato per un campionato dimezzato, solo in 172 hanno chiesto indietro ciò che ritengono dovuto.
La vicenda dei rimborsi agli abbonati della Trapani Shark, a tre mesi dall’esclusione dal torneo, non racconta soltanto una causa civile che approderà in aula in autunno: racconta soprattutto la distanza tra un diritto potenzialmente diffuso e la volontà concreta di farlo valere.
I numeri, da soli, raccontano già molto.
Gli abbonamenti sottoscritti per la stagione erano 3.287 e comprendevano 14 gare casalinghe. All’inizio del campionato, quel dato veniva esibito come il simbolo dell’euforia costruita attorno al progetto sportivo granata: il basket tornato evento cittadino, il Pala Daidone pieno, la sensazione diffusa che Trapani avesse ritrovato un palcoscenico nazionale.
Quei numeri erano fiducia. Erano adesione. Erano l’idea che quella squadra appartenesse un po’ a tutti.
Metà partite saltate. Metà prestazione non goduta. Metà promessa rimasta sospesa.
Migliaia di tifosi hanno pagato per qualcosa che non hanno ricevuto fino in fondo.
Eppure solo 172 hanno scelto di passare dal malumore alla richiesta formale di rimborso.
Un mese fa, quando si diffuse la notizia — fondata — che gli abbonati che avevano sottoscritto il titolo attraverso Compass avrebbero potuto ottenere un rimborso stragiudiziale, tra molti tifosi si registrò un improvviso ritorno di interesse. L’ostacolo si è però ripresentato per tutti coloro che avevano pagato in un’unica soluzione, costretti a imboccare esclusivamente la strada giudiziaria.
L'associazione "Consumerismo No Profit" - che opera nell’ottica di essere la Lobby indipendente dei Consumatori - ha messo su una class action che vale complessivamente 74.524 euro: 53 avevano acquistato l’abbonamento in un’unica soluzione, 119 con formule di pagamento rateale o finanziamento.
Tutto qui.
Se confrontato con la massa degli abbonati, il numero è quasi impercettibile. Ed è qui che la vicenda smette di essere una semplice controversia economica.
Perché il dato vero non è quanti soldi siano in discussione.
Il dato vero è quanti pochi abbiano deciso di reclamare.
La società richiama le clausole contenute nei contratti di abbonamento e sostiene di non avere responsabilità diretta nell’interruzione del campionato, essendo l’esclusione conseguenza di un provvedimento degli organi sportivi.
È per questo che il club continua a definirsi parte lesa nella vicenda federale e attende il 19 maggio, data in cui il Collegio di Garanzia del CONI discuterà il ricorso con cui tenterà di ottenere l’annullamento delle decisioni assunte.
Ma la battaglia sportiva e quella civile non coincidono.
Per "Consumerismo" è una questione di diritto prima che di somme: gli abbonati hanno pagato per assistere a un numero preciso di gare e quel numero non è stato garantito. Il mancato godimento economico esiste a prescindere dalle responsabilità federali.
La prima udienza della causa è fissata per il 21 ottobre 2026 e sarà il tribunale di Palermo a stabilire se esista o meno un diritto al ristoro.
Perché quasi tutti hanno lasciato perdere?
È la domanda che resta sul tavolo. Perché davanti a un danno diffuso la reazione è stata così modesta?
La risposta più semplice è la sfiducia.
Per molti, iniziare una causa significa infilarsi in un corridoio lungo, fatto di carte, attese e risultati incerti, nonostante i costi siano relativi solo all'adesione a "Consumerismo". Per recuperare somme non enormi, molti hanno scelto il ragionamento più comodo: non conviene.
Ma qui non c’è solo la paura della burocrazia.
C’è una rinuncia più antica. C’è il riflesso, molto trapanese, di sopportare il torto purché il costo di reagire non diventi esso stesso una fatica.
Accade con i disservizi, con le contestazioni, con i rapporti sbilanciati tra istituzioni e cittadino che tutti criticano e quasi nessuno formalizza.
Si protesta, ci si lamenta, si discute. Prevalentemente sui social, dove tutto finisce nel tempo di un post.
Il caso Shark si infila esattamente dentro questo schema: un danno riconosciuto da molti e trasformato in azione concreta da pochissimi.
Quando il tifoso non vuole diventare consumatore
Ma c’è un altro elemento ancora più delicato.
Per una parte della città la Trapani Shark non è stata solo una società sportiva: è stata entusiasmo collettivo, appartenenza.
È stata la possibilità, dopo anni di marginalità, di sentirsi di nuovo dentro una storia vincente.
Il Pala Daidone pieno non era soltanto un impianto sportivo occupato. Era una liturgia cittadina.
In questo contesto chiedere un rimborso non significherebbe soltanto reclamare denaro, ma prendere le distanze da quel patto emotivo.
Significherebbe smettere di essere tifoso puro e diventare soggetto che contesta.
Molti non hanno voluto farlo ed hanno preferito assorbire la perdita economica piuttosto che collocarsi, anche solo simbolicamente, sul fronte di chi chiede conto.
È qui che il tifoso-consumatore scompare e resta il tifoso-fedele.
Dall’euforia degli abbonamenti al silenzio dei rimborsi
Ed è questo il passaggio che più racconta la città.
Solo pochi mesi fa i 3.287 abbonamenti venivano letti come il termometro di una passione ritrovata.
Oggi, davanti a un campionato interrotto e a metà servizio non ricevuto, la maggioranza quasi assoluta di quella stessa platea sceglie di non reclamare.
La causa che arriverà in aula il prossimo ottobre dirà se esiste un diritto giuridicamente rimborsabile.
Ma una verità è già emersa: Trapani continua a essere un luogo in cui il torto viene riconosciuto facilmente, mentre la pretesa di farlo valere resta minoritaria.
Molti sanno di aver perso qualcosa.
Pochissimi decidono che vale la pena chiederne conto.
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