Mafia, l'ex nuora del pentito Bernardo Pace rifiuta il programma di protezione
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Una storia che racconta il prezzo umano della collaborazione con la giustizia. Ai margini del processo Hydra è emersa la vicenda dell'ex nuora di Bernardo "Dino" Pace, il collaboratore di giustizia trapanese morto lo scorso marzo nel carcere di Torino, che ha scelto di rifiutare il programma di protezione predisposto dallo Stato per lei e per i suoi figli.
La donna era stata trasferita insieme ai bambini in una località protetta, lontano dalla Lombardia, dopo che l'ex suocero aveva deciso di collaborare con la Procura di Milano nell'inchiesta sul cosiddetto "Sistema mafioso lombardo". Una misura ritenuta necessaria dagli investigatori, convinti che le rivelazioni di Pace avessero esposto a possibili ritorsioni anche i suoi familiari.
Ma davanti ai giudici dell'aula bunker di San Vittore la donna ha spiegato di non voler più vivere sotto protezione.
«Io non ho nulla di cui avere paura perché non ho mai fatto parte di organizzazioni criminali. Non ho nulla di cui possa pentirmi e posso starmene tranquillamente a casa», ha dichiarato. E ancora: «Lo Stato si è pentito del mio ex suocero. Quindi se anche tu hai un obiettivo a rischio, lo sono anche i tuoi figli. Se tutti sottraiamo la protezione, noi ci sottraiamo i bambini».
Una decisione maturata dopo settimane trascorse in una località segreta, costretta ad abbandonare lavoro, casa e relazioni. La donna ha raccontato di essersi rifatta una vita dopo la separazione dal figlio di Pace, oggi detenuto insieme al padre nell'inchiesta Hydra, e di non voler vedere i propri figli crescere lontano dalla scuola, dagli amici e dalla quotidianità per fatti che ritiene estranei alla propria esistenza.
La Procura di Milano, però, considera la situazione estremamente delicata. Secondo gli inquirenti, proprio le dichiarazioni rese da Bernardo Pace – che riguarderebbero i collegamenti tra clan mafiosi, ambienti economici e politica, oltre ai rapporti con il gruppo riconducibile a Paolo Errante Parrino e a Matteo Messina Denaro – avrebbero innalzato il livello di rischio anche per i suoi familiari. Non a caso, i verbali del collaboratore risultano ancora in parte coperti da omissis.
La vicenda aggiunge un nuovo capitolo al caso Pace, il collaboratore di giustizia che, dopo appena un mese dall'inizio della collaborazione, fu trovato morto nel carcere delle Vallette di Torino. Una morte ufficialmente classificata come suicidio, ma sulla quale è ancora aperta un'inchiesta, anche a seguito dell'esposto presentato dai familiari.
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