11/10/2020 06:00:00

Matteo Messina Denaro, le stragi e il condizionamento della vita del Paese

 Le stragi e Matteo Messina Denaro, la figura del boss di Cosa nostra, latitante dal giugno del 1993, la sua storia e quella della sua famiglia, e di come prima il padre e poi lui siano entrati in sintonia con i Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, che, grazie anche a questa alleanza strategica sono riusciti a prendere il pieno controllo dell’organizzazione criminale.

E’ uno spaccato, una fotografia di Cosa nostra, dei rapporti tra i diversi mandamenti, le guerre per il potere e le decisioni e le strategie che hanno portato all’attacco diretto al cuore e agli uomini dello Stato come Falcone e Borsellino e al patrimonio artistico e culturale, con le stragi del 1993.

C’è tutto questo nella nostra inchiesta a puntate sul boss di Castelvetrano e le Stragi che ha ripreso la requisitoria del pm Gabriele Paci.

Il processo che vede Matteo Messina Denaro, imputato e mandante delle stragi, ci ha restituito una figura diversa dell'imputato, che non è solo il mafioso che fa affari e che ama vestirsi firmato ma un carnefice sanguinario che ha ucciso persone innocenti, un vero stragista, che è riuscito a condizionare la vita del Paese.

Qui potete leggere del suo legame, come dicevamo, con i Corleonesi, del passaggio di testimone dal padre Francesco Messina Denaro, e dell’adesione alla strategia Stragista. Qui invece, dello stretto legame instaurato tra Riina e i trapanesi, di come aveva fatto del mandamento di Mazara e di quello di Castelvetrano la sua casa.

Con la terza parte della nostra inchiesta ci siamo occupanti del rapporto tra Cosa nostra e la Massoneria deviata, con la Loggia Iside 2, trovata all’interno del Centro Studi Scontrino, diretto da Gianni Grimaudo, figura importante nelle vicende trapanesi, a stretto contatto con Licio Gelli, con Pino Mandalari, commercialista di Riina, senza tralasciare il fatto che tra gli iscritti alla Loggia Scontrino c’era anche Mariano Agate il boss capo del mandamento di Mazara.

Qui parliamo della partecipazione di Matteo Messina Denaro e del suo consenso fondamentale alla delibera stragista.

Qui invece facciamo un focus su quelli che sono stati tra i principali collaboratori di Giustizia che hanno svelato i retroscena sulle stragi e tra gli altri, in particolare, Gioacchino La Barbera, Santino Di Matteo e Balduccio Di Maggio e nella quinta puntata colui che ha premuto il telecomando della Strage di Capaci, Giovanni Brusca, che lo stesso Matteo Messina Denaro voleva far fuori.

Qui potete leggere di come i mandamenti di Trapani e di Alcamo, ad un certo punto vengono “commissariati” da Riina che non si fida, non tanto degli uomini che ha messo a capo di quei mandamenti ma dell'ambiente che li circonda.

La vicenda di Antonio Scarano, invece, la potete leggere qui. La sua figura è strettamente collegata a Matteo Messina Denaro. E' il suo uomo di fiducia, sia per la missione romana, sia per tutte le stragi del novantatre, è l'uomo di riferimento e il collettore per l'esplosivo e le armi in via Alessandrina a Roma.

A Castelvetrano c’è la riunione deliberativa che stabilisce gli obiettivi delle stragi (potete leggere qui).  Il progetto di attacco allo Stato da parte di Riina fu votato all’unanimità dall’intera Cosa Nostra e Matteo Messina Denaro ne era consapevole, a conoscenza e pienamente consenziente al progetto stragista (potete leggere qui).

Qui ricostruiamo la vicenda che riguarda lo stop dato da Riina alla missione romana per uccidere Giovanni Falcone e il via libera a Brusca che entra nel piano operativo per l’eliminazione di Giovanni Falcone.

 Nell’ambito delle diverse squadre che operano autonomamente e che Riina ha messo in campo con l’obiettivo di uccidere Falcone, all’esito del rapporto di queste squadre decide come andare avanti. Riina dà fiducia a Brusca al gruppo palermitano e non a quello romano di Messina Denaro e Graviano e non al gruppo romano (potete leggere qui).

Matteo Messina Denaro non si limita, ad andare alla riunione di Castelvetrano o a fare la puntatina a Roma. Ma è puntualmente l’autore, partecipe di questa strategia dall’inizio alla fine, strategia che dura due anni e che inizia con la missione romana, anche se non andrà come programma, e fino all’ultimo attentato al collaboratore Contorno, avvenuto a Formello, vicino Roma e avvenuto nell’aprile del 1994. Qualcuno ha chiamato quelle bombe, le “bombe del dialogo”.

Messina Denaro rimane uno dei pochi fedelissimi che dall’inizio alla fine non molla Riina, neanche quando l’arrestano. Gli rimane a fianco, partecipa ad un progetto di attentato, a Paolo Borsellino, a Marsala fino al 92, guida la missione romana assieme a Giuseppe Graviano che è l’altro alfiere di questa strategia stragista, partecipa a tutte le scelte relative agli obiettivi da colpire, nel quadro del disegno eversivo, per indurre lo Stato a rinegoziare la posizione di Cosa Nostra (potete leggere qui).

Qui invece affrontiamo la vicenda che riguarda la decisione presa da Riina di uccidere Paolo Borsellino a Marsala e il “No” dei boss Vincenzo D’Amico e Francesco Caprarotta, all’epoca ai vertici della famiglia mafiosa di Marsala. Il “No” della famiglia mafiosa, all’eliminazione di Borsellino a Marsala, porta l’11 gennaio del 1992 agli omicidi di Vincenzo D’Amico e Francesco Caprarotta e a febbraio viene ucciso Gaetano D’Amico che è il fratello di Vincenzo. Il terzo fratello, Francesco D’Amico, lo cercheranno a lungo ma non riusciranno ad ucciderlo.

Infine, l'obiettivo diventa il patrimonio artistico del Paese. Dopo l’uccisione di Borsellino e degli agenti di scorta, viene maturata da Riina e da Cosa Nostra la possibilità di attaccare i monumenti, mirando dunque al patrimonio artistico dello Stato, oppure i luoghi di rilevante interesse turistico, come la spiaggia di Rimini, disseminandola di siringhe infette, o immettendo nel circuito della distribuzione alimentare delle sostanze tossiche.



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