Le amministrative in Sicilia si arricchiscono di nuovi sviluppi. Non saranno solo 65 i Comuni chiamati al voto in Sicilia, ma 66: si è dimesso il sindaco di Messina, Federico Basile, portando così la città metropolitana alle urne in primavera. La chiamata alle urne si avvicina: a Palermo si ipotizza già una data, metà maggio, con possibili votazioni il 17 e 18, e il turno di ballottaggio previsto due settimane dopo.
Tutte le prove del centrodestra
La sfida principale per i partiti sarà mantenere la coalizione unita. Una prova che il centrosinistra sta superando con relativa facilità nei vari territori, mentre il centrodestra mostra evidenti difficoltà. Da Agrigento a Marsala le spaccature appaiono profonde. A Enna, intanto, torna sulla scena politica Mirello Crisafulli, a testimonianza di un centrosinistra compatto.
Il centrodestra, al contrario, si trova a dover mettere insieme sigle, correnti e ambizioni personali che, da Palermo alle province, faticano a trovare una sintesi programmatica. Non si tratta di divisioni episodiche, ma di criticità strutturali. A ciò si aggiunge l’assenza di una leadership riconosciuta, capace di parlare con una sola voce agli elettori.
La situazione di Marsala ne è un esempio. Qui il centrodestra sembra più impegnato a regolare conti interni che a costruire una proposta credibile di governo locale. Veti incrociati e candidature consumate spesso non portano alla vittoria. È il segnale di una coalizione che, pur forte numericamente a livello regionale, mostra crepe profonde quando si tratta di amministrare concretamente le città.
La fase pre-elettorale
Questa è stata forse la fase più complicata da gestire. A dominare la scena non è stata una visione chiara per la città, ma un continuo rimescolamento di posizioni, etichette politiche e collocazioni che cambiano a seconda del momento.
In questo quadro si inserisce la ricandidatura di Massimo Grillo, che oggi rivendica una collocazione nel centrodestra. Una definizione che arriva dopo un’esperienza amministrativa nata fuori dagli schemi tradizionali di coalizione, caratterizzata da rapporti politici intermittenti e spesso conflittuali con gli stessi partiti che oggi dovrebbero rappresentarne la casa naturale.
Marsala, oggi, non ha davanti a sé una scelta chiara tra modelli alternativi di governo, ma un mosaico confuso di ambizioni personali e identità politiche incerte. In questa centrifuga, il rischio è che a perdersi non sia solo l’orientamento degli elettori, ma il senso stesso di una competizione democratica basata sui contenuti.
L’attesa logorante
C’è poi la partita – sempre più logorante – che riguarda Nicola Fici, candidato civico indicato da mesi come possibile punto di sintesi per un centrodestra incapace di decidere. Un nome corteggiato, evocato e fatto circolare nei retroscena, ma mai realmente investito.
L’attesa, tuttavia, non è stata neutra. Mesi di interlocuzioni informali, di “vediamo” e di aperture mai concretizzate hanno finito per scalfire la spinta iniziale che aveva accompagnato la sua discesa in campo. Il problema di Fici è restato evidente: né candidato ufficiale, né completamente alternativo. Una terra di mezzo politicamente scomoda, che nel tempo ha eroso slancio e credibilità. L’incertezza non è neutra: produce disaffezione, alimenta alternative impreviste e rafforza l’idea che le decisioni vere si prendano altrove. E mentre i partiti discutono di collocazioni e investiture, una parte crescente della città osserva, aspetta — e prepara altre scelte.