Trapani e il dissesto idrogeologico: il Consiglio straordinario finisce in bagarre
A Trapani il Consiglio comunale straordinario dedicato al dissesto idrogeologico ha prodotto, più che un confronto serio, un vero e proprio“dissesto” d’aula.
Non è stato un momento di approfondimento del documento tecnico sul progetto degli interventi di difesa idraulica della città, né un’occasione per rendere quel contenuto comprensibile ai cittadini o per valorizzare i contributi – anche tecnici – dell’opposizione consiliare e delle associazioni ambientaliste come Italia Nostra e WWF.
È stato, piuttosto, l’ennesimo episodio di logoramento dell’aula e dell’autorevolezza delle istituzioni.
Non si è discusso davvero della fragilità della città, né di come metterla al riparo da cambiamenti climatici sempre più accelerati e da alluvioni potenzialmente devastanti. Il confronto si è spostato su altro: su chi abbia il diritto di dirlo e, soprattutto, su chi possa trasformare quella fragilità in un indirizzo politico.
La relazione tecnica presentata dall’ingegnere Venturini è stata contestata dall’opposizione per le modalità dell’incarico diretto e per il costo della commissione, pari a 200 mila euro. Ma il nodo più rilevante è rimasto sullo sfondo.
Quel documento, infatti, non si limita a descrivere un rischio: lo istituisce politicamente. Da esso dipenderà l’orizzonte entro cui saranno consentite – o negate – le future scelte urbanistiche.
La maggioranza ha scelto la retorica dell’inevitabilità storica, presentando il cambiamento climatico come un dato immutabile, punto di partenza indiscutibile dell’agenda politica, non come oggetto di confronto. In questo schema il dissesto non è più un problema da governare, ma una condizione da assumere come vincolo assoluto, capace di restringere lo spazio del dissenso.
L’opposizione ha provato a scardinare questa impostazione richiamando la continuità delle responsabilità. Lo studio analogo del 2001 non è una curiosità d’archivio, ma una occasione mancata: se il rischio era già noto, l’urgenza attuale appare meno come una scoperta e più come una rilegittimazione tardiva.
Su questa linea si è mosso l’intervento del presidente di Italia Nostra, Mario Buscaino – già sindaco di Trapani e oggi figura di riferimento di un’opposizione “ombra”, ma neanche troppo – che ha annunciato la presentazione di un ulteriore documento sul dissesto idrogeologico, giungendo alla stessa conclusione: il progetto commissionato a Venturini sarebbe stato inutile e presenterebbe criticità tecniche.
Dentro questo quadro si inserisce anche la contestazione sull’incompatibilità del vicepresidente del Consiglio comunale, che ricopre contemporaneamente il ruolo di assessore e consigliere di maggioranza. Non una questione procedurale, ma di equilibrio istituzionale: può il Consiglio esercitare pienamente la propria funzione di indirizzo e controllo su un atto promosso dall’esecutivo, quando una sua carica apicale ne è parte integrante?
Altro elemento politico è stata l’assenza della maggioranza: cinque consiglieri su quattordici. Un dato sventolato fin dall’inizio dall’opposizione e che assume un valore simbolico, presentandosi come una sottovalutazione di un dibattito che, a parole, viene definito cruciale e inderogabile.
La polemica ha così investito il ruolo dell’aula, più che il merito dello studio. Ancora una volta il focus della discussione si è spostato, allontanandosi dal cuore del problema.
Il punto più delicato resta l’urbanistica.
Il PUG è un atto eminentemente politico, non perché consenta arbitri o favorisca interessi particolari – che la normativa vigente ha fortemente ridotto – ma perché fissa scelte pubbliche destinate a durare nel tempo, difficilmente reversibili e capaci di condizionare per decenni il rapporto tra città e territorio.
Il documento sul dissesto non governa direttamente l’urbanistica, ma ne delimita lo spazio del possibile, stabilendo il perimetro entro cui il piano potrà essere pensato e approvato.
Dopo sette alluvioni, resta un silenzio che pesa. Per anni nessuno ha formalmente riconosciuto Trapani come città esposta a un rischio idraulico rilevante. Oggi quel rischio diventa centrale e non più eludibile. Non è la natura ad aver improvvisamente parlato più forte: è la politica che deve scegliere di ascoltare e di non rimandare.
In questo quadro lo studio sul dissesto non distribuisce vantaggi, ma stabilisce confini. Ed è qui che si gioca la partita: chi definisce quei confini orienta il futuro urbano, anche senza esercitare alcun arbitrio.
Ma l’aula non sembra voler riconoscere dignità politica al piano urbanistico. Ed è su questo che esplode la bagarre: mozioni d’ordine, insulti tra il sindaco e un consigliere d’opposizione, un “testa a testa” verbale che i cittadini collegati in diretta, per loro fortuna, non vedono a causa dello “streaming interrotto” da chi presiede l’aula.
Il Consiglio comunale sul dissesto racconta così una verità meno visibile: la sicurezza non è più un terreno neutro, ma una nuova lingua del potere pubblico. Non per concedere favori, ma per fissare limiti. E come ogni limite, anche questo genera conflitto. Anzi, dissesto.
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