È una frase semplice, che potrebbe suonare retorica, ma forse è quella che più di tutte restituisce Francesco alla sua dimensione umana. Perché Francesco Burgarella, Davide Anselmo, Salvatore Consolatevi, Francesco Greco e, ieri, Marcello Erbini non sono soltanto vittime di "incidenti sul lavoro", ma veri e propri operaicidi. Non sono numeri destinati a entrare in una statistica, quelli che ogni volta producono indignazione, comunicati, richieste di maggiori controlli e promesse di interventi.
Prima di tutto erano persone.
Uscivano la mattina per andare al lavoro. Avevano una famiglia, amici, progetti. Programmavano viaggi, cene, giornate al mare. Avevano passioni, abitudini, soprannomi. Francesco amava moltissimo suonare il pianoforte e la musica, come ha ricordato la sorella Antonella nella lettera lettera dalla nipote Luisa. I colleghi del 118 lo chiamavano "Brandina", perché nei turni notturni si portava da casa la propria brandina: diceva che era più comoda, come ha raccontato con un sorriso in chiesa la collega Enza Grammatico del 118. E per lei resterà sempre "Ciccio", un uomo generoso, buono che amava il proprio lavoro, "un angelo del soccorso" come lo ha ricordato Riccardo Castro, presidente di SERUS 118.
È dentro questi dettagli che una vittima torna a essere un uomo.
Ognuno di loro non è la bara davanti all'altare e non è soltanto la tragedia che rimane nelle cronache. Sono mani operose, sorrisi, preoccupazioni, famiglie, telefonate, giornate di lavoro e ritorni a casa.
Soprattutto, non devono diventare numeri. Perché quando i numeri diventano abitudine, la coscienza smette di reagire. Smette di chiedersi cosa possiamo fare noi perché i nostri fratelli e le nostre sorelle, gli amici, i padri, i figli, o noi stessi, non diventiamo il prossimo numero.
Il funerale di Francesco Burgarella
Ieri mattina la Basilica della Madonna di Trapani ha abbracciato il dolore della famiglia di Francesco Burgarella e raccolto le testimonianze di affetto dei colleghi e delle istituzioni.
C'erano i colleghi del 118, gli amici, il sindaco di Trapani Giacomo Tranchida e c'era anche il sindaco di San Vito Lo Capo Francesco La Sala, a testimoniare come quella morte abbia attraversato due comunità che ieri ed oggi sono in lutto cittadino.
La funzione è stata presieduta da padre Carlos Rivera Rodriguez. Nell'omelia è tornata più volte l'importanza della vicinanza, della presenza, della possibilità di offrire una mano, una parola, una voce a chi sta attraversando il dolore.
"Non possiamo che dare una mano, una parola di forza, una voce", è stato uno dei passaggi dell'intervento del sacerdote.
Parole che sembrano quasi fermarsi davanti a una morte arrivata mentre Francesco faceva esattamente questo: dava una mano, una voce, il proprio lavoro a qualcuno che aveva bisogno di essere salvato.
Il 13 agosto Francesco era arrivato al depuratore di Tonnara del Secco come soccorritore del 118. Davide Anselmo, 45 anni, operaio della società incaricata della manutenzione dell'impianto, si era sentito male mentre stava lavorando all'interno della struttura, probabilmente a causa dei fumi sprigionati dai reflui presenti nelle vasche. Durante le operazioni di soccorso, anche Burgarella - che non è mai entrato nei locali dell'impianto - aveva accusato un malore e per lui non c'era stato nulla da fare. La Procura di Trapani indaga per omicidio colposo plurimo e dovrà chiarire la dinamica, le condizioni dell'ambiente e l'eventuale presenza di esalazioni tossiche.
Ma davanti al feretro, questa mattina, non c'era l'inchiesta aperta. C'era Francesco, con la sua storia ricamata sulla sua giacca da soccorritore, piegata ordinatamente sulla bara: era la divisa del suo lavoro, ma anche il simbolo di una vita spesa a soccorrere gli altri.
E quando il feretro è uscito dalla Basilica, le lacrime composte dei colleghi sono state accompagnate dalle sirene spiegate delle ambulanze sulla Villa Pepoli.
Un ultimo saluto da parte di quella comunità del 118 alla quale Francesco apparteneva.
Un modo per dire che quell'uomo era voluto bene.
E mentre Trapani salutava Francesco, arrivava un'altra morte
C'è qualcosa di particolarmente crudele nella coincidenza temporale di queste giornate.
Mentre nella Basilica della Madonna di Trapani si celebrava l'ultimo saluto a Francesco Burgarella, arrivava la notizia che Marcello Erbini non ce l'aveva fatta.
Cinquantacinque anni, mazarese, da circa trent'anni lavorava nella cantina Baia d'Oro. Il 5 agosto era rimasto gravemente ferito dopo una caduta dalla scaletta di un'autocisterna mentre svolgeva le proprie mansioni.
Per quattordici giorni ha lottato al Trauma Center dell'ospedale Villa Sofia di Palermo.
Poi, martedì sera, la morte.
La dinamica dell'incidente è ancora al vaglio degli inquirenti. Tra le ipotesi c'è anche quella di un improvviso malore, ma saranno gli accertamenti a stabilire cosa sia realmente accaduto. Sul posto erano intervenuti i Carabinieri della Compagnia di Mazara del Vallo e gli ispettori dello Spresal dell'Asp di Trapani.
Marcello lascia la moglie e due figli.
A Mazara era conosciuto e stimato. Non soltanto per il lavoro svolto per decenni nella stessa cantina, ma anche per la sua passione per il teatro comico.
Era una persona che amava stare sul palco, far ridere, stare con gli altri.
Anche per questo, raccontare soltanto che "un operaio di 55 anni è morto dopo un incidente" sarebbe raccontare l'ultimo capitolo della sua storia.
I sindacati Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil Trapani, attraverso Giovanni Di Dia, Massimo Santoro e Leonardo Falco, hanno parlato di "ennesima pagina di lutto" e di una perdita che conferma la necessità di alzare l'attenzione sulla sicurezza in tutti i settori produttivi, con particolare riferimento al comparto agroalimentare e vitivinicolo.
La richiesta è quella di più controlli, formazione continua e investimenti sulla sicurezza. Non come adempimenti formali, ma come strumenti per impedire che una giornata di lavoro possa trasformarsi nell'ultima giornata di una vita.
Oggi i funerali di Davide Anselmo
E il dolore non è ancora finito.
Oggi, giovedì 20 agosto, alle ore 16, sarà San Vito Lo Capo a salutare Davide Anselmo.
I funerali del 45enne saranno celebrati al Santuario di San Vito Martire. Anche il sindaco Francesco La Sala ha proclamato il lutto cittadino in concomitanza con le esequie.
Davide lavorava per la società incaricata della manutenzione dell'impianto di depurazione di Tonnara del Secco. La mattina del 13 agosto era sceso nell'area dell'impianto per un intervento quando si è sentito male.
Secondo gli elementi finora emersi, sarebbe dovuto intervenire su una vasca malfunzionante per recuperare una catena da collegare a una pompa. Un intervento non programmato, secondo quanto ricostruito. Gli inquirenti dovranno ora stabilire cosa sia accaduto e soprattutto quali condizioni di sicurezza fossero previste e adottate.
Davide era un uomo che si donava senza mai chiedere nulla, sempre disponibile a dare una mano: così lo ricorda il suo parroco di Macari.
Oggi, dunque, San Vito saluterà Davide. In una località che vive del turismo estivo che ha avuto la dignità di fermare tutti gli eventi di ferragosto per lutto cittadino, in mezzo ad una movida di visitatori che continuava a suonare e ballare, ignavia, nonostante anche le reti nazionali abbiano diffuso la notizia, la comunità ha fatto la comunità e si è stretta nel dolore.
Ieri Trapani ha salutato Francesco.
Due funerali in due giorni consecutivi per due uomini morti nella stessa tragedia, nei prossimi giorni ci saranno le esequie di Marcello.
Un gesto per Davide
La famiglia di Davide Anselmo ha scelto di trasformare la perdita in qualcosa che possa rimanere nel tempo e continuare a vivere nella comunità di San Vito Lo Capo.
È stata così avviata una raccolta fondi in memoria di Davide.
Le somme raccolte serviranno successivamente a realizzare un progetto, un'opera o un'iniziativa a beneficio della comunità sanvitese, nel nome e nel suo ricordo.
Una scelta che richiama anche il modo in cui Davide si era sempre speso per gli altri e per il territorio.
Chi desidera partecipare può farlo attraverso la raccolta GoFundMe indicata dalla famiglia. È possibile, inoltre, consegnare personalmente il proprio contributo anche a San Vito Lo Capo, rivolgendosi a Giacomo Faranna, incaricato dalla famiglia di raccogliere le donazioni.
Per informazioni: 327 133 5086.
Perché il ricordo di un uomo non rimanga soltanto nelle fotografie, nei racconti e nel dolore dei giorni del lutto, ma possa continuare a vivere attraverso qualcosa di concreto per la comunità alla quale apparteneva.
Una sequenza che non è solo statistica
È qui che il dolore privato incontra un problema pubblico. Perché prima di Francesco e Davide ci sono stati altri nomi e altri se ne scriveranno.
A febbraio, a Mazara del Vallo, era morto Francesco Greco, operaio e impiantista, precipitato da un edificio mentre effettuava interventi tecnici. Lasciava la moglie e due figli.
A giugno era morto Salvatore Consolatevi, meccanico trapanese di 53 anni, rimasto schiacciato da un camion nella propria officina di Xitta. Anche in quel caso erano stati richiesti accertamenti sulla dinamica e sulla sicurezza delle operazioni.
A luglio, nel cantiere dei Cappuccinelli, un operaio era stato colpito da una scarica elettrica, senza per fortuna riportare danni permanenti.
Nomi diversi. Lavori diversi. Incidenti diversi, ma una domanda comune: quanto è davvero sicuro il lavoro nella provincia di Trapani?
Sette vittime, 649 denunce
I dati forniti dalla UIL di Trapani, sulla base delle rilevazioni Inail aggiornate al 30 aprile 2026, fotografano un quadro che merita attenzione.
Nei primi quattro mesi dell'anno sono state presentate 649 denunce di infortunio nella provincia di Trapani, contro le 616 dello stesso periodo del 2025. Nel solo mese di aprile le denunce sono state 165, rispetto alle 143 dell'aprile dell'anno precedente.
Il dato più grave riguarda però gli infortuni mortali: erano zero nel primo quadrimestre del 2025, sono diventati tre nello stesso periodo del 2026. Con il successivo caso di Salvatore Consolatevi, il bilancio indicato dalla UIL saliva a quattro vittime. Oggi si sale a sette.
I dati Inail sono soggetti a consolidamento e vengono aggiornati periodicamente, ma restituiscono comunque la dimensione di un fenomeno che non può essere liquidato come una somma di fatalità.
A livello regionale, nello stesso periodo, le denunce di infortunio sono passate da 8.473 a 9.383.
La UIL di Trapani parla di una "vera emergenza sociale". Il segretario generale Tommaso Macaddino insiste su un punto elementare: dietro quei numeri non ci sono caselle da riempire, ma persone e famiglie.
È lo stesso concetto che emerge dalle parole della Cgil: la sicurezza non può essere considerata un costo o un semplice adempimento burocratico.
L'operaicidio e il rischio di abituarsi
La parola è forte: operaicidio. L'ha coniata Bruno Giordano, magistrato cassazionista.
Non è una parola che si trova nei dizionari, ma serve a rompere la neutralità del linguaggio quando si parla di morti sul lavoro.
Perché "incidente", "infortunio", "vittima", "numero" possono diventare parole talmente ripetute da perdere la capacità di ferire la coscienza ed assumono il retrogusto falso della casualità.
Operaicidio prova invece a mettere l'accento sui diritti mancati, sulle tutele, sulla precarietà, sulla formazione, sui controlli, sulle condizioni nelle quali una persona è chiamata a lavorare. Condizioni che troppo spesso vengono accettate in mancanza di alternative dignitose.
È la prospettiva della campagna Zero Morti sul Lavoro, che chiede di non considerare la morte sul lavoro come un prezzo inevitabile della produzione.
Il punto non è stabilire oggi, responsabilità che dovranno essere accertate dalle indagini.
Il punto è un altro: quando le morti si susseguono, la domanda sulla sicurezza non può essere confinata al giorno dopo la tragedia.
Deve arrivare prima: prima della caduta, prima della scarica elettrica, dell'ingresso in una vasca, prima di una disattenzione fatale causata dalla stanchezza di turni massacranti.
Prima che un soccorritore perda la vita mentre cerca di salvare qualcuno.
Il lavoro è dignità, non sopravvivenza
Il lavoro non può essereumiliazione. Occorre pretendere contratti, sicurezza, verità. Il lavoro è dignità, non sopravvivenza.
È questo, forse, che dovrebbe rimanere dopo questa serie di funerali.
Perché parlare di sicurezza significa parlare di dignità del lavoro. Significa pretendere che chi entra in un cantiere, in un'officina, in una cantina, in un impianto, in un campo o in qualunque altro luogo di lavoro possa avere la ragionevole certezza di tornare a casa.
La sicurezza non può essere una promessa pronunciata davanti a una bara, un comunicato dopo una tragedia.
Deve essere prevenzione quando nessuno guarda, formazione quando non è ancora successo nulla, controlli quando non c'è ancora una vittima da piangere.
La campagna «Zero Morti sul Lavoro» parte da un principio apparentemente impossibile: zero.
Non perché gli incidenti possano essere cancellati con uno slogan, ma perché accettare in partenza che qualcuno morirà significa già abbassare la soglia della responsabilità.
Francesco, Davide, Marcello: non numeri
Oggi San Vito accompagnerà Davide Anselmo e Mazara continuerà a piangere Marcello Erbini.
A Trapani resterà il silenzio lasciato da Francesco Burgarella.
E dentro quelle tre comunità resteranno le famiglie, gli amici, i colleghi, le abitudini improvvisamente spezzate.
Resteranno una brandina portata da casa per dormire meglio durante un turno notturno. Un pianoforte. Una giacca da soccorritore che verrà riposta nell'armadio e resetrà vuota. Resterà un palcoscenico buio e la voglia di far ridere. Mogli, figli. Un posto di lavoro.
Sono questi i dettagli che impediscono a una persona di diventare una statistica.
Perché quando i numeri diventano abitudine, la coscienza smette di reagire.
E allora ricordare Francesco per il suo sorriso non significa sottrarre la sua morte alla responsabilità pubblica: significa ricordare chi era prima di chiedersi perché è morto.
E continuare a chiedere che il lavoro, quello che dovrebbe essere fondamento della Repubblica, non diventi mai il luogo nel quale una persona va incontro alla propria morte.
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